Numero dei dipendenti pubblici nei Paesi OCSE

Un panorama dedicato al numero dei dipendenti pubblici nei Paesi OCSE. La tabella quantifica anche il rapporto fra popolazione e dipendenti della PA nei vari Paesi. Il confronto, che evidenzia tassi molto difformi fra le diverse realtà, mostra comunque che l’Italia con il suo 57 per mille circa è assolutamente in media rispetto ad altri Paesi avanzati.

2010 DIPENDENTI PUBBLICI nei paesi OCSE

Cavour e il disegno generale di Stato al compimento dell’Unitá d’Italia

cavour

L’impostazione di Cavour dell’unificazione dell’Ordinamento economico-giuridico italiano. Lezione di Sabino Cassese (clicca qui) in occasione del 150imo anno dall’Unità d’Italia. Palazzo delle Esposizioni, 25 maggio 2011.

Italia: i contorni di una identità

Il paradosso di un Paese diviso sull’Unità che lo ha fatto grande.

Ernesto GALLI DELLA LOGGIA – Fondazione   CORRIERE DELLA SERA 6 ottobre 2010

150 ANNI

Le attuali celebrazioni dell’anniversario dell’Unità stanno confermando un carattere particolare e se si vuole bizzarro della nostra vita pubblica: tra i grandi Paesi europei siamo il solo la cui esistenza come Stato ha dato luogo tra i suoi stessi cittadini a forti, spesso radicali, dissensi interni. Che di fatto durano ancora oggi: praticamente su tutto, sui modi della nascita dello Stato stesso (assenza di una vera partecipazione popolare, assenza dei cattolici, «annessionismo» piemontese, eccetera), sull’inadeguatezza militare mostrata e dunque sulla dipendenza dall’aiuto straniero, sulla forma dello Stato (monarchia o repubblica, accentramento o federalismo).

Questo paradossale carattere divisivo dell’Unità italiana si è venuto rapidamente calando in quella che è diventata la divisione principe della nostra storia contemporanea: la divisione Nord e Sud. Che oggi, non a caso, è quella che più anima e spesso esaspera la discussione sull’Unità: con al Nord una Lega che agita a scadenza fissa la bandiera della secessione, mentre al Sud diventano sempre più numerosi coloro che si propongono d’imitarla, dando vita ad un partito del Sud e accontentandosi per il momento di riconoscersi in un libro colmo di invenzioni strampalate e di fole come Terroni.

Come si spiega il paradosso di cui sto dicendo? Credo con due ragioni: la prima è che la lotta per la nascita dell’Italia corrispose, in una misura che abbiamo dimenticato, anche ad una guerra intestina tra italiani (che non ha certo ben disposto i perdenti). E in secondo luogo con il fatto che tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (da quella dei cattolici a quella del fascismo e del comunismo gramsciano) si sono costruite a partire da una critica più o meno radicale al Risorgimento. Cioè al modo, per l’appunto, in cui l’Italia è nata.

Eppure bisogna avere il coraggio di dirlo: la storia dell’Italia, dello Stato nazionale italiano, è stata senza alcun dubbio una storia di successo. Certo, il merito lo ha avuto anche quella cosa che ha riguardato tutti i Paesi e che si chiama il progresso. Ma se negli ultimi 150 anni gli italiani, tutti gli italiani, hanno mangiato, abitato, vissuto incomparabilmente meglio dei loro antenati, se hanno avuto la possibilità di curarsi, di istruirsi, di leggere un libro, di assistere ad uno spettacolo, di conoscere il mondo, in una misura anche 50 anni fa inimmaginabile, lo devono perlopiù solo all’esistenza di quella gracile creatura nata nel lontano 1861. La quale, venuta alla luce da una incredibile avventura grazie specialmente alla politica, sempre grazie a questa, attraverso i diversi regimi, è riuscita a mobilitare le risorse necessarie per raggiungere i traguardi appena detti.

L’iniziativa del «Corriere» vuole servire soprattutto a questo: a ricordarcelo. Vuole servire a renderci consapevoli, attraverso una panoramica sulle dimensioni cruciali della nostra vita collettiva, che l’Italia unita ha rappresentato lo strumento decisivo per la nostra emancipazione culturale, civile ed umana. L’Italia, lo Stato italiano, di cui tutti pure conosciamo i mille difetti, le mille inadempienze, le mille miserie ma che alla fine è il solo paese che abbiamo: il nostro Paese. Perché buttarlo?