Egoismi e paure trasversali: Conservatori e immobilisti

Ernesto GALLI DELLA LOGGIA – CORRIERE DELLA SERA 10 SETTEMBRE 2011

 EGOISMI E PAURE TRASVERSALI

Conservatori e immobilisti

Sì, Berlusconi si sta rivelando un pessimo presidente del Consiglio, non si sa come mandarlo via e di fronte alla crisi economica il governo si è mostrato di una pochezza e una goffaggine uniche. Sì, l’opposizione riesce solo a balbettare ma non è capace di nessuna proposta alternativa seria. Sì, la maggioranza è spaccata e l’opposizione è divisa. E per finire c’è l’abominevole casta che tutti ci sentiamo così bravi e onesti a detestare. È tutto vero, sì, l’Italia è tutto questo.
Ma chi cerca di non fermarsi alla superficie sa che nessuno di quelli ora detti è il problema vero del Paese.

Il problema vero, profondo, strutturale dell’Italia sta altrove. Sta nell’esistenza di un immane blocco sociale conservatore il cui obiettivo è la sopravvivenza e l’immobilità. Nulla deve cambiare. È questo il macigno che ci schiaccia e oscura il nostro futuro. Il blocco conservatore-immobilista italiano è un aggregato variegatissimo. Ne fanno parte ceti professionali vasti e ferreamente organizzati intorno ai rispettivi ordini, gli statali sindacalizzati, gli alti burocrati collegati con la politica, i commercianti evasori, i pensionati nel fiore degli anni, i finti invalidi, gli addetti a un ordine giudiziario intoccabile, i tassisti a numero chiuso, i farmacisti contingentati, i concessionari pubblici a tariffe di favore, il milione circa di precari organizzati, gli impiegati e gli amministratori parassitari delle spa degli enti locali, gli imprenditori in nero, i cooperatori fiscalmente privilegiati, i patiti delle feste nazionali, i nostalgici della contrattazione collettiva sempre e comunque, le schiere di elusori fiscali, gli imprenditori in nero, gli aspiranti a ope legis e a condoni, quelli che non vogliono che nel loro territorio ci sia una discarica, una linea Tav, una centrale termica, nucleare o che altro. E così via per infiniti altri segmenti sociali, per mille altri settori ed ambiti del Paese. In totale, una massa imponente di elettorato.

Un elettorato ormai drogato, abituato a trarre la vita, o a sperare il proprio avvenire, dal piccolo o grande privilegio, dall’eccezione, dalla propria singola, particolare condizione di favore. Avendo scritto un paio di settimane fa che abbiamo bisogno di una politica capace di parlare «con verità», Emanuele Severino – con tipico massimalismo filosofico, me lo lasci dire – mi ha chiesto polemicamente «che cosa significhi verità». Ecco, caro Severino, significa per esempio una politica capace di dire le cose banali ma vere di cui sopra, di dire questa verità, che la società italiana è questa qui. Invece tra la politica e il blocco conservatore-immobilista si è da tempo stabilito un rapporto di assoluta complicità.

Forte della debolezza della politica, delle sue pessime prove, sempre più spesso la società italiana sembra non voler riconoscere più alcun potere di direzione alla politica stessa, ma di cercarne solo l’appoggio necessario per la sua sopravvivenza spicciola. E domani capiti quel che può capitare. Essa si muove in questa ricerca con consumata spregiudicatezza, tanto a destra come a sinistra, utilizzando per i propri interessi tutto l’arco della rappresentanza parlamentare.
Ogni gruppo sociale appena importante, ogni interesse e segmento professionale sa di poter contare sui suoi deputati e senatori di riferimento (particolarmente rilevante il caso dei magistrati e degli avvocati che hanno a disposizione un vero e proprio partito ombra), i quali intervengono puntualmente a difendere i propri tutelati contro la destra, contro la sinistra, contro tutti. Come si è visto drammaticamente proprio in queste settimane: quando il governo, la maggioranza, e in modo solo meno diretto anche l’opposizione, si sono mostrati incapaci di esprimere indirizzi rapidi, incisivi e coerenti, di sostenere scelte dure, perché di fatto totalmente in balia del blocco conservatore-immobilista, perché ricattati e minacciati dai milioni e milioni di cittadini impegnati allo spasimo perché tutto resti com’è.

In Italia non sembra più ormai possibile fare nulla, cambiare nulla, perché c’è sempre qualcuno dotato di un potere d’interdizione che dice di no. Anche per questo siamo un Paese che dà sempre di più l’impressione soffocante di un Paese vecchio, immobile, paralizzato. Dove perfino i discorsi, i pensieri, le conversazioni si susseguono sempre eguali. Un Paese prigioniero del suo passato, nel quale troppi hanno costruito la propria esistenza sfruttando rendite di posizione, contingenze favorevoli irrepetibili, trincerandosi in ben muniti fortini corporativi. Un Paese che fino a ieri poteva forse credere di essere una sicura Fortezza Bastiani, ma che oggi, quando il tempo dei barbari è forse arrivato, assomiglia sempre di più a un disperato Forte Alamo.

 

Generazioni perdute

Ernesto GALLI DELLA LOGGIA – CORRIERE DELLA SERA 11 aprile  2011

 I TANTI TALENTI COSTRETTI A EMIGRARE

Generazioni perdute

La manifestazione dei precari di sabato scorso ha ricordato agli italiani che il loro è un Paese che riserva ai giovani una condizione di estremo sfavore. Ma non solo perché trovare un lavoro stabile è un’impresa disperata. Anche perché (e forse tra i due fenomeni c’e una relazione) ai posti che si dicono di responsabilità – cioè nei posti che contano – si arriva, bene che vada, tra i 50 e i 60 anni, e ci si resta per decenni.

Tutta la classe dirigente italiana è organizzata in un sistema di compatte oligarchie di anziani che per conservare e accrescere i propri privilegi sono decisi a sbarrare l’ingresso a chiunque. A cominciare dal capitalismo industriale-finanziario il quale, almeno in teoria, dovrebbe essere il settore più dinamico e innovativo della società, ma dove invece i Consigli d’amministrazione assomigliano quasi sempre a un club esclusivo di maschi anziani. Anche il sistema politico e i partiti non scherzano. I leader più importanti non solo stanno in politica da almeno tre o quattro decenni, ma in media è da almeno 20-25 anni che occupano posizioni di vertice.

La muraglia invalicabile dietro la quale prospera la gerontocrazia italiana ha un nome preciso: l’ostracismo alla competizione e al merito. In Italia il sapere e il saper fare contano pochissimo. Moltissimo invece contano le amicizie, il tessuto di relazioni, l’onnipresente famiglia, e soprattutto l’assicurazione implicita di non dar fastidio, di aspettare il proprio turno, di rispettare gli equilibri consolidati: vale a dire ciò che fanno o decidono i vecchi.

È così che l’Italia sta mandando letteralmente al macero una generazione dopo l’altra. Ma non tutti si rassegnano a subire la frustrazione di dover passare i migliori anni della propria vita ad arrancare dietro un posto di seconda fila, precario e mal pagato. A partire almeno dagli Anni 90, infatti, decine di migliaia di giovani, donne e uomini, hanno trovato modo di lasciare la Penisola e di ottenere un lavoro fuori dai nostri confini. Non è vero che l’emigrazione italiana è finita. Certo, ora non sono più le «braccia», sono i «cervelli»; ma la sostanza del fenomeno non cambia. Sono giovani di talento che per avere un futuro hanno dovuto andarsene dal Paese. E che nelle università, negli uffici finanziari, nelle case di commercio, nelle banche, nei centri di ricerca, negli ospedali, nelle imprese industriali di mezzo mondo, mostrano come il nostro sistema d’istruzione, pur con i centomila difetti che sappiamo, sia tuttavia ancora capace di produrre una formazione d’eccellenza. Sono giovani di talento che fuori d’Italia hanno avuto modo di farsi apprezzare, di costruirsi carriere e posizioni spesso di rilievo. È un’emigrazione di qualità, insomma. Ma è anche un’emigrazione che non dimentica, non riesce a dimenticare, il proprio Paese. Un’emigrazione che per mille segni mostra quanta voglia avrebbe di poter essere utile all’Italia.

Che senso ha allora, mi chiedo, che un’Italia di vecchi, un Paese disperatamente in declino, non pensi a ricorrere in qualche modo a questa riserva collaudata di energia e di competenze? Stabilizzare centinaia di migliaia di lavoratori precari è un obiettivo sacrosanto ma è certamente un obiettivo non facile. Richiede interventi economici e giuridici complessi. Ci si deve assolutamente provare, ma ciò non toglie che allo stesso tempo non si possano anche studiare procedure di favore e incentivi allo scopo di immettere un certo numero di italiani di talento che si trovano oggi all’estero, per esempio in posizioni medio-alte della Pubblica amministrazione, degli Enti locali, delle Asl.

Nelle Università qualcosa del genere si è tentato ma è naufragato per le inevitabili resistenze corporative. Il che dimostra che ciò che soprattutto servirebbe per muoversi nella direzione ora detta sarebbe un impulso forte e coordinato dal centro. Cioè un’iniziativa politica che desse il segnale che il Paese vuole cambiare rotta, farla finita con abitudini che ci soffocano, prendere con coraggio strade nuove, muoversi finalmente con immaginazione senza lasciarsi frenare dal burocratismo, dalle vecchie oligarchie, dal passato. Conosco l’obiezione: e cioè che per fare tutto questo ci vorrebbe una vera leadership politica, un governo. È proprio così: ci vorrebbe un governo.

Italia: i contorni di una identità

Il paradosso di un Paese diviso sull’Unità che lo ha fatto grande.

Ernesto GALLI DELLA LOGGIA – Fondazione   CORRIERE DELLA SERA 6 ottobre 2010

150 ANNI

Le attuali celebrazioni dell’anniversario dell’Unità stanno confermando un carattere particolare e se si vuole bizzarro della nostra vita pubblica: tra i grandi Paesi europei siamo il solo la cui esistenza come Stato ha dato luogo tra i suoi stessi cittadini a forti, spesso radicali, dissensi interni. Che di fatto durano ancora oggi: praticamente su tutto, sui modi della nascita dello Stato stesso (assenza di una vera partecipazione popolare, assenza dei cattolici, «annessionismo» piemontese, eccetera), sull’inadeguatezza militare mostrata e dunque sulla dipendenza dall’aiuto straniero, sulla forma dello Stato (monarchia o repubblica, accentramento o federalismo).

Questo paradossale carattere divisivo dell’Unità italiana si è venuto rapidamente calando in quella che è diventata la divisione principe della nostra storia contemporanea: la divisione Nord e Sud. Che oggi, non a caso, è quella che più anima e spesso esaspera la discussione sull’Unità: con al Nord una Lega che agita a scadenza fissa la bandiera della secessione, mentre al Sud diventano sempre più numerosi coloro che si propongono d’imitarla, dando vita ad un partito del Sud e accontentandosi per il momento di riconoscersi in un libro colmo di invenzioni strampalate e di fole come Terroni.

Come si spiega il paradosso di cui sto dicendo? Credo con due ragioni: la prima è che la lotta per la nascita dell’Italia corrispose, in una misura che abbiamo dimenticato, anche ad una guerra intestina tra italiani (che non ha certo ben disposto i perdenti). E in secondo luogo con il fatto che tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (da quella dei cattolici a quella del fascismo e del comunismo gramsciano) si sono costruite a partire da una critica più o meno radicale al Risorgimento. Cioè al modo, per l’appunto, in cui l’Italia è nata.

Eppure bisogna avere il coraggio di dirlo: la storia dell’Italia, dello Stato nazionale italiano, è stata senza alcun dubbio una storia di successo. Certo, il merito lo ha avuto anche quella cosa che ha riguardato tutti i Paesi e che si chiama il progresso. Ma se negli ultimi 150 anni gli italiani, tutti gli italiani, hanno mangiato, abitato, vissuto incomparabilmente meglio dei loro antenati, se hanno avuto la possibilità di curarsi, di istruirsi, di leggere un libro, di assistere ad uno spettacolo, di conoscere il mondo, in una misura anche 50 anni fa inimmaginabile, lo devono perlopiù solo all’esistenza di quella gracile creatura nata nel lontano 1861. La quale, venuta alla luce da una incredibile avventura grazie specialmente alla politica, sempre grazie a questa, attraverso i diversi regimi, è riuscita a mobilitare le risorse necessarie per raggiungere i traguardi appena detti.

L’iniziativa del «Corriere» vuole servire soprattutto a questo: a ricordarcelo. Vuole servire a renderci consapevoli, attraverso una panoramica sulle dimensioni cruciali della nostra vita collettiva, che l’Italia unita ha rappresentato lo strumento decisivo per la nostra emancipazione culturale, civile ed umana. L’Italia, lo Stato italiano, di cui tutti pure conosciamo i mille difetti, le mille inadempienze, le mille miserie ma che alla fine è il solo paese che abbiamo: il nostro Paese. Perché buttarlo?