Nelle inchieste giudiziarie a carico di amministratori regionali e locali che periodicamente occupano le prime pagine dei quotidiani c’è un aspetto completamente e colpevolmente dimenticato: che gli atti di gestione – concessioni edilizie, provvedimenti d’appalto, autorizzazioni, pareri – non sono di pertinenza dei vertici politici, ma della dirigenza pubblica in servizio presso quelle amministrazioni. Si tratta del principio della separazione dei poteri – d’indirizzo politico e di gestione amministrativa – sotteso dalla norma costituzionale del “buon andamento e l’imparzialità” dei pubblici uffici (articolo 97) e proclamato esplicitamente dal testo unico del lavoro pubblico d. lgs. 165/2001 (articolo 4): “Gli organi di governo esercitano le funzioni di indirizzo politico-amministrativo, definendo gli obiettivi ed i programmi da attuare”, “Ai dirigenti spetta l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi, compresi tutti gli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, nonché la gestione finanziaria, tecnica e amministrativa mediante autonomi poteri di spesa di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo”.
In base a quei principi ordinamentali, da osservare anche nelle regioni e negli enti locali, dovrebbe spettare unicamente ai dirigenti in servizio la responsabilità delle scelte di tipo gestionale sopra ricordate. La politica ha il compito di fissare gli obiettivi precisi che l’amministrazione deve seguire e di vigilare affinché siano perseguiti, ma NON può assumersi direttamente questo compito perché, come noto nelle amministrazioni di tutti gli Stati democratici del mondo, i politici sono naturalmente portatori di interessi di “parte” (da cui il termine “partiti”). Da qui il disposto della nostra Carta Costituzionale, mirato all’”imparzialità” delle scelte e al “servizio esclusivo della Nazione” cui è finalizzato il ruolo della dirigenza pubblica.
Se ciò è vero, qual è il motivo per il quale gli indagati principali in questi scandali sono i politici e non i funzionari? Semplice, perché i vertici politici, sfruttando una legislazione “ballerina” e piena di deroghe ed eccezioni, riescono sempre e comunque ad avocare a sé le scelte più “succulente” in ordine ai grandi piani strategici regionali in corso d’attuazione. Se così non fosse, le Procure della Repubblica indagherebbero i dirigenti! Inoltre, quelle indagini avrebbero minori possibilità di successo in quanto il ruolo giocato dai dirigenti pubblici è per sua natura completamente diverso da quello dei vertici politici.
Come è possibile che si riproponga sempre lo scenario di carriere politiche stroncate a causa di indagini su atti di gestione di appalto o quant’altro?
La spiegazione è complessa e raffinata: la legislazione amministrativa, affianco alle dichiarazioni di principio sulla distinzione dei compiti fra politici e amministratori, ha collocato altre leggine che nei fatti minano alla radice la posizione d’imparzialità che dovrebbe essere garantita, per l’interesse generale, ai dirigenti. Essi, infatti, non godono di un regime di stabilità degli incarichi e ogni tre anni (quando non prima) possono essere spostati in qualunque altra collocazione senza alcun obbligo di motivazione. In più, nelle autonomie locali vige il dominio di altre due leggine – articolo 19, comma 5bis e comma 6 del d. lgs 165/2001 – che consentono ai vertici politici di reclutare dall’esterno, con contratto di lavoro a tempo determinato, il 30% dei dirigenti. E’ facilissimo, in questo contesto di regole, scegliere un parente, un amico o un sodale politico da collocare nella posizione gestionale “giusta” e piegare, nel contempo, alla propria volontà tutti coloro che si trovano in posizione di lavoro precaria e rimuovibile con grande facilità. Si aggiunga, infine, che i segretari comunali, tradizionali custodi della legittimità degli atti, sono ormai precarizzati, in quanto soggetti al regime dello spoils system in occasione dei rinnovi politici delle amministrazioni locali. E’ facile per i politici, in questo contesto di regole, disporre a piacimento dell’effettivo potere di gestione, anche spicciola, su tutti gli affari della regione o del comune.
La miopia della politica, in questa storia, fa premio su qualunque altro fattore di discussione. Infatti, se la classe politica nel suo complesso comprendesse che è necessario abolire quelle leggine e restituire alla dirigenza pubblica il suo ruolo naturale, a beneficiarne sarebbero le carriere dei politici che, a volte ingiustamente, vengono distrutte da un semplice rinvio a giudizio, lontano anni luce dal compimento dell’iter processuale e che, da solo, può disporre di una storia politica anche di valore.
Giuseppe Beato

