Il Grande Fratello della dirigenza pubblica italiana: la SDA Bocconi

Lo spettro che si aggira per l’Italia non è più il comunismo, ma più banalmente le teorie sulla managerialità pubblica sostenute dalla più privata delle università italiane: la Bocconi di Milano, nella sua articolazione  di Scuola di Direzione Aziendale (SDA), istituita nel lontano 1971 da Elio Borgonovi, ma oggi sotto la guida morale del prof. Giovanni Valotti, professore ordinario e responsabile scientifico dell’Osservatorio sul cambiamento delle pubbliche amministrazioni (Ocap). Da lui e dai professori che con lui operano arrivarono molti spunti significativi inclusi nel testo del d.lgs. n. 150 dell’ormai lontano anno 2009 (“Brunetta 1″). Si ha motivo di ritenere  che provenga ancora dalla SDA Bocconi l’ispirazione alle disposizioni sul raddoppio del numero dei dirigenti con incarico fiduciario  contenute all’articolo 1, comma 15, del decreto legge n. 80/2021 (“Brunetta 2, la vendetta“). Rimane poi indimenticabile per i cultori della materia il convegno organizzato dalla SDA Bocconi nel 20 febbraio 2014 (vedi qui) presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel corso del quale, alla presenza del ministro MADIA e osteggiato da quasi tutti i dirigenti pubblici presenti, il prof. Valotti espose le proposte Bocconi sulla riforma della dirigenza pubblica,  poi fortunosamente bocciata dalla Corte Costituzionale. Fra le varie amenità ricordiamo quelle qui sotto,  tratte dalle slide presentate nell’occasione.

La filosofia che ispira la SDA Bocconi è molto chiara: la dirigenza pubblica non deve godere di alcuna particolare guarentigia legata alla sua natura specifica di servizio alla collettività e a tutela dell’imparzialità degli atti pubblici (articolo 97 Cost.), ma deve essere omologata in ogni suo aspetto alla dirigenza privata, con particolare riferimento alle caratteristiche fondamentali di reclutamento senza concorsofiduciarietà e rimuovibilità a cura del vertice amministrativo (che, nel caso degli uffici pubblici, non corrisponde all’imprenditore privato, ma ai politici di vertice). La nostra Associazione si è sempre opposta a questo modello di dirigente pubblico, qualificandolo, più che di stampo liberista, come contrario al dettato costituzionale, che prefigura un modello di dirigenza pubblica stabile e autonomo a livello gestionale rispetto ai vertici politici. Ultimo concetto: in molti considerano le dottrine predicate dalla SDA Bocconi come  le uniche capaci di immettere managerialità nella cultura del dirigente pubblico: cio è semplicemente errato. La prospettiva concreta di una siffatta visione è, al contrario, più che quella manageriale privata,  quella di favorire e preludere a una condizione di precarietà e di asservimento della dirigenza pubblica alla politica di parte.

Le premesse di cui sopra inducono a prevedere che la SDA Bocconi porrà in essere un’azione di “moral suasion” nell’imminenza della riforma del pubblico impiego e della dirigenza pubblica, programmata dal PNRR per il prossimo 20 giugno 2022. Come non immaginare che da quei pensatoi arriveranno molti spunti alla “Brunetta 3, la vittoria”?

In questa luce, secondo noi, vanno letti i messaggi mediatici contenuti in un articolo di due giorni fa a firma della professoressa Raffaella Saporito della SDA Bocconi  pubblicato su “Il Sole 24 ore” dello scorso 2 marzo.

Saporito – Tre domande chiave per modernizzare la dirigenza pubblica – clicca qui)

Più che “domande” sono tre “proposte” ( noi pensiamo che siano nell’ottica della prossima legge “Brunetta”). La prima proposta è quella di spalancare le porte della dirigenza al bacino di reclutamento costituito dai funzionari pubblici, non attraverso prove “nozionistiche”, ma valutando il loro curriculum lavorativo e la “capacità di leadership“. La consideriamo una proposta “taroccata” nel senso che, da sempre, il bacino di riferimento per il reclutamento mediante concorso pubblico dei dirigenti e’ quello dei funzionari muniti di laurea e di un periodo minimo di servizio. Dov’è la novità? Nell’escludere l’approccio della preparazione teorico-culturale? Quindi anche nel pubblico impiego si seguirà lo sciagurato modello para-sessantottino della “spirito critico” basato sull’assenza di conoscenze specifiche?

La “seconda proposta“, come la prima , e’ teoricamente condivisibile: restringere le dotazioni dirigenziali quando svolgono ruoli di tipo sostanzialmente professional e , in compenso, valorizzare e incrementare  il ruolo delle alte professionalita’; ciò comporterebbe una revisione degli assetti professionali nelle pubbliche amministrazioni e soprattutto un profilo retributivo nettamente migliore per le elevate professionalità. Tutto questo va in rotta di collisione con il credo sindacale, per definizione incline all’uniformità  (appiattimento) dei profili professionali degli impiegati pubblici, senza “sbalzi” retributivi all’interno della categoria. La SDA Bocconi fa questa proposta cosciente che il patto di ferro Brunetta/sindacati non ne consentirà la declinazione in legge.

La terza proposta è quella di cominciare a “ragionare in termini di quote” per quanto riguarda il reclutamento delle manager pubbliche donna. Tale proposta è di sicura presa mediatica e politica, salvo che la professoressa omette di precisare che, in questo campo, la pubblica amministrazione italiana è molto più’ avanti rispetto alle imprese private: sono circa il 22 % del totale le manager donne nel privato (vedi qui un approfondimento sui numeri), a fronte del 38% nel pubblico impiego, con punte di eccellenza delle donne magistrato (54%) e prefetto (58%). Tutta da spiegare da parte della SDA Bocconi questa realtà esistente nel mondo manageriale privato, da loro considerato l’unico punto di riferimento d’eccellenza.

Per una critica maggiormente circostanziata a queste proposte rinviamo al blog di Luigi Olivieri che ha parimenti chiosato l’articolo in questione.

Per parte nostra riteniamo che la riforma della dirigenza pubblica vada effettuata seguendo il modello in auge nelle amministrazioni pubbliche dei più’ importanti (e a noi vicini) Stati occidentali: U.S.A. (si veda qui) , Inghilterra, Francia e Germania. Nessuno di loro mostra di prediligere il  regime in auge nelle imprese, ma tutti garantiscono uno status di stabilità coniugato con un’attenta e severa accountabilty. Stabilità della funzione dirigenziale pubblica è garanzia di imparzialità delle scelte di gestione, come richiesto dalla Costituzione. Il reclutamento dei dirigenti può’ e deve essere effettuato mediante concorsi e selezioni pubbliche, come richiesto dalla Costituzione e come d’uso ordinario nei Paesi occidentali citati. Ci deve essere selezione pubblica anche per i reclutamenti con contratti a tempo determinato con i quali il ministro Brunetta sta invadendo la pubblica amministrazione italiana, in dispregio del dettato costituzionale; proprio il meccanismo della selezione pubblica consentirebbe un travaso reale di managerialità private interessaste a cimentarsi in una esperienza dirigenziale pubblica; senza preventive selezioni pubbliche, invece, questo tipo di reclutamenti si rivelano per quel che sono: strumenti di bassa clientela politica.

Giuseppe Beato

 

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