I “Recovery Fund” degli ultimi 20 anni

L’approccio alle questioni che riguardano le pubbliche amministrazioni italiane é sempre caratterizzato da fastidio e critica sferzante e non é mai ordinatamente rivolto ai suoi elementi significativi. Così, sono in pochi oggi a comprendere i motivi per i quali la politica si sia come risvegliata nell’attenzione (superficiale) posta all’efficienza e alla qualità dei servizi amministrativi.

Il motivo è presto detto: c’è la comprensibile e condivisibile preoccupazione che la macchina amministrativa della Repubblica non sia in condizione di gestire l’ingentissimo flusso di danaro in arrivo dall’Unione Europea con il piano di ripresa “New Generation EU”, altrimenti conosciuto come utilizzo del Recovery Fund.

Non sono in molti, al di fuori degli addetti ai lavori, a sapere che l’Italia ha goduto negli ultimi 20 anni di una somma di contributi finanziari europei SUPERIORE alle sovvenzioni a fondo perduto (81 mld di euro) poste a  disposizione nel 2020 col prossimo Recovery Fund. Sono esattamente 101 miliardi di euro, messi dalla UE a disposizione dell’Italia dall’anno 2000 all’anno 2020 (Fondi strutturali Europei 2000/2006 per € 28,484 mld, Fondi Strutturali Europei 2007/2013 per € 27,940 mld e Fondi  Strutturali Europei 2014/2020 per € 44,656 mld). Un mare di danaro proveniente direttamente dal bilancio dell’Unione in una quantità in cui l’Italia é stata seconda solo alla Polonia.

COME SONO STATI SPESI QUESTI SOLDI?

Quasi un anno fa abbiamo fatto il punto sulle vicende relative ai 44,6 miliardi assegnati all’Italia per il settennio 2014/2020 con una serie di slide che possono essere utili, sia per comprendere i rotismi complessi legati alla gestione di tali fondi, sia per prendere atto delle crude evidenze che emergono all’attenzione. Riproponiamo queste slide con alcuni aggiornamenti (si veda in particolare la slide 14 relativa allo stato dei programmi a tutto l’agosto 2020).

 2021 Procedure di erogazione degli ESI FUNDS

Per coloro i quali non abbiamo tempo o interesse di approfondire tutti i contenuti dell’esposizione proponiamo una sintesi estrema della situazione, così come si evidenzia dalla lettura delle slide n. 14, 15 e 16  nonché da documenti ufficiali del Governo italiano e della Commissione Europea.

Le regole europee di utilizzo dei fondi strutturali europei dal 2000 al 2020 costituiranno un paradigma molto simile a quello già previsto per il NEU, per cui è utile guardare ai risultati del piano 2014/2020, da un punto di vista dei risultati sia quantitativo finanziario che qualitativi.

Dal punto di visto quantitativo finanziario si registra:

  • Quanto ha speso l’Italia a fine periodo (2020) dei danari a sua disposizione? Il risultato é facilmente desumibile dalla sintesi del sito governativo Opencoesione (vedi pagina) che si riproduce qui sotto (consultato il 3 gennaio2021):

e dal confronto europeo pubblicato sul sito della Commissione Europea (vedi) riprodotto qui sotto

L’Italia ha speso nel periodo 2014-2020 il 42% dei 46 miliardi di euro posti a sua disposizione dal bilancio europeo e si colloca in questa performance penosa agli ultimi quattro posti fra i paesi UE. Il lettore potrà analizzare meglio il dato complessivo nelle slide n. 15 e n. 16 che disaggregano il dato per le diverse categorie di programmi d’azione in cui si compone la trama degli interventi finanziati dall’Unione.

Soldi persi, vista la regola del “disimpegno” per i paesi UE che non utilizzino i fondi? NIENTE AFFATTO! Perchè i regolamenti UE hanno previsto una “regolina” denominata fra gli addetti ai lavori N+3, in base alla quale un paese UE potrà procedere a spendere i danari assegnati entro la fine del terzo anno successivo alla scadenza dei programmi. Quindi l’Italia ha tempo fino alla fine dell’anno 2023!!! Questa clausola, già presente nei precedenti settenni di gestione dei fondi, ha consentito ai report sui Fondi Strutturali Europei 2007/2013  di comunicare trionfalisticamente che l’Italia aveva speso (con ritardi identici a quelli sopra segnalati) tutti i danari assegnati per il periodo 2007-2013, andando addirittura in over booking!!!

MA A QUALE PREZZO IL NOSTRO PAESE SI PUO’ VANTARE DI ESSERE IN GRADO, ALLA FINE, DI SPENDERE INTEGRALMENTE I FONDI STRUTTURALI EUROPEI DEGLI ULTIMI 20 ANNI?

Qui va in evidenza la qualità della spesa e vengono a supporto i dati contenuti nel sito governativo Openopolis, voluto da Fabrizio Barca quando era responsabile degli uffici governativi che coordinavano le politiche di coesione. Questi dati nella loro crudissima evidenza mostrano come i danari che dovevano essere spesi in progetti strategici siano stati letteralmente polverizzati in una miriade di micro-finanziamenti di nessun valore dal punto di vista dell’investimento finanziario. Su Openopolis è possibile osservare la sintesi di tanto qui affermato, che è la seguente: sono stati finanziati dal 2014 al 2020  641.409 progetti, un numero spropositato. Ancora più stupefacente é il report che indica la distribuzione per importo dei diversi finanziamenti, si veda qui sotto:

Dei 641.409 progetti solo 53 hanno finanziato opere del costo superiore ai 10 milioni di Euro. Quanto a dire che l’occasione per intervenire sulle linee ferroviarie del nostro Sud a una sola rotaia, di intervenire sul suolo o sulle strutture idriche o ancora sulle grandi città metropolitane italiane sono stati impiegati in una miriade di micro finanziamenti di carattere assistenziale a piccole imprese e a persone. Chi si voglia divertire a guardare su Openopolis qualcuno di tali finanziamenti, a volte di poche decine o centinaia di euro, si renderà facilmente conto che noi siamo ancora il Paese di Totò e Peppino. Per esemplificazione mostriamo qui sotto i dati (pubblici) di alcuni di questi finanziamenti.

Pizzerie, parrucchieri, farmacie, meccanici e ancora: voucher sparsi oppure “cultura , formazione e progresso (???) finanziata per 33 euro. E via così.

In questo circo dagli specchi deformati si è mosso il nostro Paese negli ultimi venti anni.

Va detto infine che siamo profondamente coscienti del fatto che la denuncia dei disservizi di per sè non serve a nulla, anzi, se non è contornata da proposte, costituisce essa stessa un problema. Tuttavia, nel limitato contesto di questo articolo, può essere utile comprendere l’attuale stato dell’arte delle istituzioni burocratiche italiane. Alla politica “decidente” il dovere di comprendere che, di fronte a simili realtà, il tema di una riforma strutturale delle nostre pubbliche amministrazioni va trattato finalmente con la serietà che merita, come negli altri paesi economicamente avanzati e come mai è stato fatto nel nostro Paese.

Giuseppe Beato

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