Si deve alla cura speciale di chi gli fu vicino la pubblicazione postuma di “Contratti nuovi e contraenti vecchi” nella rivista “Il lavoro nelle pubbliche amministrazioni” n. 3/1999 dell’ultimo scritto – che riprendiamo qui sotto – lasciato d Massimo D’Antona prima del brutale assassinio per mano delle Brigate Rosse, avvenuto il 20 maggio 1999. Non c’è intento nostalgico nel riproporre un pensiero rimasto “tronco” proprio nel momento in cui entrò in pieno vigore la riforma della privatizzazione (o “contrattualizzazione” che dir si voglia) del lavoro pubblico e dell’esito della quale nessuno può sapere e/o inferire ciò che ne avrebbe poi pensato il suo ispiratore. Il testo, invece – collegato ad altri due “La seconda privatizzazione del pubblico impiego“dello stesso D’Antona e di “Un tecnico al servizio di un’utopia”, di ricostruzione di Franco Carinci di tutta la vicenda che lo vide protagonista – è prezioso per approfondire gli aspetti più minuti di quella che fu una vera battaglia, condotta all’ombra del primo governo Prodi (1996-1998) sotto il ministro Franco Bassanini, per distruggere la cittadella fortificata che aveva caratterizzato “il secolo breve del pubblico impiego” cioè il “periodo storico che ha visto — attraverso l’ultima fase dello Stato liberale, il periodo fascista, e una parte non breve della vita della Repubblica — il monopolio della Stato centrale, del suo livello di Governo, del suo modello di amministrazione“ . L’idea di fondo era che la pubblica amministrazione italiana non poteva rimanere schiacciata dentro la “corazza” disegnata dalla legge De Stefani del 1923 che vedeva come unici e intoccabili protagonisti i ministeri, coriacei a qualunque forma di modernizzazione , di snellimento e di decentramento, sotto la protezione di una legislazione separata dell’impiego pubblico, il cui presidio giurisdizionale era affidato alle giurisdizioni speciali del T.A.R., del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti. Tre furono le direttrici d’assalto contro l’assetto esistente: a) il trasferimento della gestione del lavoro pubblico – retribuzioni, criteri d’inquadramento del personale, avanzamenti , criteri di gestione specifici – dalla fonte legislativa alla contrattazione collettiva, realizzando così la collocazione del lavoro pubblico nello stesso alveo del lavoro privato, come previsto dall’articolo 39 della Carta Costituzionale; b) Il trasferimento della competenza a giudicare sulle questioni inerenti al lavoro pubblico alla magistratura ordinaria, tagliando fuori completamente le Magistrature amministrative; c) il decentramento istituzionale delle funzioni prima di competenza dei ministeri ai comuni e alle province.
Massimo D’Antona operò da Direttore generale dell’Ufficio Relazioni sindacali del Ministero della Funzione pubblica, Ministro Franco Bassanini nel Governo Prodi (1996-1998), sovraintese alla scrittura materiale delle disposizioni della legge-delega n. 59/1997 (vedi qui), nonchè dei suoi decreti attuativi (n. 396/1997 – vedi – n. 80/1998 – vedi – n. 387/1998 – vedi (senza tralasciare la legge n. 127 del maggio 1997), a coronamento del lavoro svolto da una Commissione mista composta dal Governo e dalle Rappresentanze dei Sindacati.
Lo studioso delle riforme “Bassanini” potrà trovare una messe ricchissima di elementi per comprendere a fondo sia i contenuti che lo spirito che permeò quelle generose iniziative. Non turberà la pienezza di quella comprensione l’osservazione di fondo che, non solo chi scrive, si può formulare su quella stagione: ci fu da parte dei “riformatori onesti” – tra i quali sicuramente D’Antona – la convinzione ingenua che una riforma sul “buon andamento” della pubblica amministrazione italiana potesse essere indotta dalla riforma di una sua parte, importante sicuramente ma solo componente di un quadro complessivo. Si pensava che la distruzione della cittadella fortificata di stampo tardo liberale e fascista provocasse di per sé un effetto rigenerante che avrebbe pervaso di sè tutti gli aspetti della nostra burocrazia. L’amico Franco Carinci sintetizzò così questa “scommessa di fondo” connaturata alla privatizzazione del lavoro pubblico : “una riforma destinata a comportare di per sé una maggiore efficienza della pubblica amministrazione, come tale capace di assicurare servizi migliori a costi inferiori”. Ecco la vera questione! Se la privatizzazione del lavoro pubblico sia riuscita “di per sé” a conferire alla pubblica amministrazione quella maggiore qualità a costi inferiori che ci si attendeva.
Chi scrive si colloca nella folta schiera di coloro che vedono come persa quella scommessa (vedi qui una rassegna di opinioni in materia) e tendono a enfatizzare, fra le tante, le poche affermazioni che avanzavano dei dubbi su quanto si stava producendo nella nostra burocrazia all’alba del nuovo secolo:“la difesa dei c.d. managerial rights che, nel privato, era affidata allo stesso imprenditore, collettivo ed individuale, costretto a tener conto del mercato o almeno del pareggio economico, nel pubblico era rimessa ad un trio di protagonisti tutto da inventare: un potere politico dotato di self control, una dirigenza educata a coniugare autonomia e responsabilità, una controparte sindacale non meramente rivendicativa. Un trio che era allora, e sarà poi, come avrebbe avuto tempo di sospettare, frutto di un’utopia, cioè di una rappresentazione della realtà collocata al di là della linea dell’orizzonte, visibile solo agli occhi di chi fa prevalere l’ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione“ (Franco Carinci – pag. 11); “contratti nuovi e contraenti vecchi…….il modello dei ministeri e del parastato ha qualcosa di gattopardesco” (D’Antona, 1999). Sono evidentemente affermazioni estrapolate da un contesto, ma manifestano comunque un senso d’inquietudine che permeava la coscienza di persone per bene.
Giuseppe Beato
Massimo D’Antona – Contratti nuovi e contraenti vecchi 1999

