Che la contrattazione nazionale del pubblico impiego gestita dall’ARAN e dai sindacati più rappresentativi sia ormai uno rituale stanco e privo di contenuti innovativi è una verità che, come nella favola del “Re Nudo” di Christian Andersen, nessuno dei partecipanti e coinvolti ha il coraggio e l’interesse di affermare: si è in presenza di un luogo di negoziazione in cui si regolano rapporti di lavoro riferiti a trienni scaduti (si conclusa ieri la contrattazione della dirigenza delle “Funzioni Centrali” dei CCNL 2021-2024), di aumenti retributivi assorbiti in larga parte da acconti già erogati agli aventi diritto e di sistemi di ridefinizione degli stipendi calcolati sulla base di un multiplo percentuale rispetto a quelli definiti in precedenza (molto meglio a questo punto sarebbe un sistema tabellare standard, che prevedesse percentuali di aumento ogni X anni, senza rituale contrattualistico).
Ciò che residua e dà risonanza vera alla contrattazione nazionale è il rito della negoziazione e la suspense teatrale sul “si firma o non si firma?”; alla fine, fra le clausole contrattuali, rimane qui e là qualche guizzo isolato di previsione regolatrice, economica o giuridica, sul quale si sprecano, a trattative concluse, lanci d’agenzia e articoli tonitruanti sui siti web o sui quotidiani.
Le osservazioni tranchant sopra espresse non paiono molto distanti nella sostanza da quelle, molto meglio articolate, presenti nell’articolo, che riprendiamo qui sotto, di Pierluigi Mastrogiuseppe dirigente generale ARAN e di Cesare Vignocchi, consulente presso l’Ufficio Studi dello stesso ARAN, dal titolo “La regolazione del lavoro pubblico in un’analisi di lungo periodo” pubblicato sulla Collana del Tassello Mancante dei Quaderni di Biblioteca della Libertà (nuova serie online 2025).
In modo educato e preciso nell’articolo si afferma fra l’altro: “Fare accordi in un contesto iper-regolato e con risorse predeterminate, già note alla controparte, limita di molto la possibilità di instaurare negoziati veri, su questioni di sostanza. In generale, soprattutto negli ultimi anni, si è assistito ad una ripresa delle micro-leggi di settore, per lo più sotto forma di stanziamenti aggiuntivi a beneficio di specifici settori o categorie di personale. I negoziati sulle micro-leggi vedono il coinvolgimento non solo della parte politica e dei sindacati, secondo le più consuete prassi di tipo lobbistico, ma anche di alcune burocrazie ministeriali, desiderose di riconquistare il ruolo che in passato avevano avuto nella contrattazione collettiva del settore pubblico”(p. 80); “ una contrattazione basata, a monte, su risorse predeterminate che vanno stanziate in Legge di bilancio e sottoposta, a valle, a controlli e procedure che iniziano dopo la firma della Ipotesi di contratto e si concludono prima della firma definitiva. Si può aprire il negoziato solo dopo che la Legge di bilancio ha stanziato adeguate risorse a copertura, che predeterminano l’incremento complessivo che sarà possibile riconoscere. Si arriva alla firma definitiva di un contratto dopo un iter amministrativo molto articolato (pareri comitato di settore, parere del governo, preceduto da un’attività di controllo della RGS, certificazione della Corte dei Conti), la cui durata può prendere anche diversi mesi.”(p. 75) “.
A proposito dei ritardi inaccettabili coi quali si procede alla contrattazione nazionale si osserva con grande arguzia che “il passare del tempo usualmente ha prodotto per i sindacati un pay-off migliore, in quanto le risorse messe a disposizione potevano solo aumentare e, al contempo, non è subentrato alcun elemento equilibratore che frenasse l’allungamento della trattativa. Di fatto, in ogni caso, l’erogazione degli arretrati è garantita e non è soggetta, come nei settori privati, ad una contrattazione dalla quale emerge un valore riconosciuto a titolo di una tantum. Quale negoziatore chiuderebbe una trattativa sapendo che il passare del tempo gioca solo a suo favore?“ (p. 95).
Ma si leggono qui e là affermazioni anche più definitive: “Equilibri collusivi che hanno condotto a dinamiche salariali superiori all’inflazione” (nell’abstract iniziale)….o anche “L’idea stessa di una parte datoriale al di sopra della mischia degli interessi politico-sindacali, responsabilizzata sugli obiettivi e guidata, prevalentemente, dall’interesse al buon andamento della istituzione di appartenenza si è rivelata, alla lunga, illusoria.” (p. 79). “Gli obiettivi dichiarati delle riforme degli anni Novanta che vanno sotto il nome di privatizzazione o contrattualizzazione…. le deviazioni dagli obiettivi dichiarati e il riemergere di problemi antichi…. i tentativi disorganici di correzione” (p. 68). La prima del lavoro è costituita da una ricostruzione storica degli avvenimenti della cosiddetta “privatizzazione” (o meglio “contrattualizzazione”)dell’impiego pubblico, concepita agli albori come un evento profondamente innovatore, nel quale dovevano essere replicati nel pubblico le dinamiche della contrattazione collettiva privata, in cui fu immaginato che gli attori principali fossero mossi da identiche spinte, come non poteva essere e non fu : “La dirigenza si presentava, nel complesso, poco autorevole e, se pur dotata di competenze giuridiche o tecniche, risultava priva di cultura e competenze manageriali. Infine, il sindacato – anche quello confederale – interessato a rafforzare il proprio potere di mediazione e di scambio all’interno delle amministrazioni, anche attraverso forme di cogestione, inseguendo vantaggi di categoria (micro-corporativismo) e vantaggi per la propria organizzazione (prerogative sindacali, posizioni monopolistiche legate alla erogazione di servizi), con notevole offuscamento del punto di vista generale8. Tutto questo, mentre cominciavano tra l’altro a manifestarsi segni di declino nelle iscrizioni dei lavoratori del settore privato e, quindi, vi era la necessità di rafforzare la propria membership e il proprio potere nel settore pubblico.”(p. 73).
La parte più stimolante e innovativa del lavoro condotto da Mastrogiuseppe e Vignocchi è senz’altro la seconda del testo qui ripreso, nella quale gli autori hanno condotto un’indagine statistica sull’evoluzione delle retribuzioni di fatto dei dipendenti pubblici nei passati quarant’anni (fino a tutto l’anno 2024) al confronto con gli andamenti dell’inflazione. La lettura specifica del testo consente di approfondire esiti e dinamiche del fatto incontrovertibile rappresentato dalla figura 1 che qui sotto si riproduce.
I numeri raccontano una semplice verità: che l’andamento delle retribuzioni di fatto dei lavoratori del pubblico impiego ha sempre sopravanzato – dall’anno 1980 ad oggi – le dinamiche inflattive e che gli unici eventi che hanno depotenziato la crescita delle retribuzioni pro capite di fatto sono rappresentati dagli “shock esogeni” provenienti dalle fortissime crisi economiche del sistema Italia intervenute nel 1992 con l’uscita dal serpente monetario e la svalutazione della lira e dalla crisi del 2011 del debito sovrano. Se tutto questo sia un bene o un male è un giudizio che va rimesso, amministrazione per amministrazione, alla valutazione sulla capacità di ciascun servizio pubblico italiano di rendere buoni servizi, come prescritto dalla Carta Costituzionale.
Buona lettura.
Giuseppe Beato
Mastrogiuseppe e Vignocchi – La regolazione del lavoro pubblico


