Il pensiero politico e civile di Francesco Guicciardini.

Riproponiamo il pensiero politico e civile di uno dei più grandi esegeti dell'”agire civile” degli Italiani. Francesco Guicciardini scrisse 221 aforismi – dati alle stampe definitivamente nell’anno 1530 – nei quali sintetizzò in forma “icastica” il suo pensiero in ordine alle vicende che portarono l’Italia alla perdita della propria indipendenza e, più in generale, espose una “filosofia dell’agire civile” che – al di là del giudizio che di essa si può dare – riceve da allora molti “muti” consensi da parte dei più. Intrise di pessimismo etico e morale, soprattuto sui “moventi” che inducono l’agire civile degli uomini, le teorie del Guicciardini non furono amate da Francesco De Sanctis il quale ultimo le descrisse da par suo, nel contesto della sua Storia della Letteratura Italiana.

 Presentiamo, sia la sintesi del De Sanctis (vedi qui sotto), che il testo integrale dei “Ricordi politici e civili” del Guicciardini ( clicca qui).

 dalla Storia della letteratura italiana di F. De Sanctis: Francesco Guicciardini.

La sindrome dei balcani

Editoriale di Sergio Romano sul Corriere della Sera del 13 marzo 2013

 

PARTITI, ISTITUZIONI: TUTTI CONTRO TUTTI

La sindrome dei Balcani

Per alcuni anni il partito di maggioranza relativa in Svizzera (Unione democratica di centro, fondata dall’industriale Christoph Blocher) è stato una forza politica intollerante, xenofoba, attraversata da umori razzisti e pregiudizialmente ostile a qualsiasi forma di integrazione europea. Le sue posizioni non erano condivise dagli altri maggiori partiti democratici (cristiano-sociali, socialisti, liberali) ma non hanno impedito che fra questi fratelli nemici si stabilisse un pragmatico rapporto di collaborazione nell’interesse del Paese. È accaduto perché tutti, anche Blocher, hanno capito che un dissidio interno, portato alle sue estreme conseguenze, avrebbe impedito alla Confederazione di affrontare e superare le grandi crisi economiche e finanziarie degli ultimi anni. Il risultato della convivenza fra i maggiori partiti svizzeri, nell’ambito di una grande coalizione, è un Paese prospero in cui le grandi banche hanno risanato i propri conti, la maggiore preoccupazione della Banca centrale è quella di evitare che l’eccessivo apprezzamento della moneta nazionale pregiudichi le esportazioni, il tasso di disoccupazione è al 3,1%, i cittadini elettori dicono no alla riduzione delle ore di lavoro e sì a quella dei bonus con cui i banchieri gratificano se stessi.

L’Italia ha imboccato la strada opposta. I partiti e persino le istituzioni (fra cui la stessa magistratura) non hanno altro orizzonte fuorché quello della propria sopravvivenza, della propria identità, della difesa delle proprie prerogative. Conosciamo bene i nostri mali: spese inutili, un Parlamento pletorico, una classe politica avida, una burocrazia e una giustizia paralizzanti, un gettito fiscale che non giova alla crescita perché serve in buona parte a pagare i debiti del Paese. Ma ogniqualvolta un governo cerca di prendere il toro per le corna, quasi tutti vedono nelle riforme soltanto il danno che potrebbe derivarne per la famiglia politica o sindacale a cui appartengono. Come nella penisola balcanica all’inizio degli anni Novanta, il desiderio di sfogare la propria rabbia e punire il «nemico» prevale su qualsiasi altra riflessione.

Per un breve periodo (i primi mesi del governo Monti) abbiamo sperato che le maggiori forze politiche avrebbero assicurato all’esecutivo la loro collaborazione. Più recentemente abbiamo sperato che il risultato inconcludente delle elezioni avrebbe costretto i maggiori partiti (quelli che hanno grosso modo programmi convergenti) ad accantonare i loro dissensi. Avrebbero dato al Paese un governo e al Movimento 5 Stelle lo spettacolo di una classe dirigente ancora capace di un soprassalto di orgoglio e buon senso. È accaduto esattamente il contrario. Nessuno è disposto a sacrificare qualcosa o a fare un passo indietro. Come nei Balcani, durante il decennio degli anni Novanta, si è perduto, a quanto sembra, il sentimento di un destino comune. I primi ad accorgersene saranno i partner europei e, naturalmente, i mercati. Quando constateranno che l’Italia balcanizzata è soltanto un campo di battaglia fra corporazioni economiche e istituzionali, tutti smetteranno di attendere il suo risanamento e cominceranno a scommettere sul suo collasso. Il costo del debito aumenterà e tutto diventerà ancora più difficile. Beninteso, quel giorno le battaglie corporative che hanno paralizzato il Paese avranno perduto qualsiasi significato: non vi sarà più niente da spartire.

Sergio Romano13 marzo 2013 | 7:44

 

Schiavone- Galli della Loggia: Il ’68 e la modernizzazione dell’Italia

Dal sito del CORRIERE DELLA SERA del 5 settembre 2011

Anticipiamo un brano del libro «Pensare l’Italia», in uscita domani da Einaudi, nel quale Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone s’interrogano sul passato e sulle prospettive del nostro Paese. Un dialogo vivace, a volte polemico, percorso da forti preoccupazioni per il rapporto difficile che gli italiani intrattengono con la modernità e per la permanenza di un «carattere nazionale» refrattario al riconoscimento dell’interesse generale. Spesso i giudizi divergono, come nei passi qui riportati: per esempio, mentre Schiavone è convinto che i rivolgimenti degli anni Sessanta abbiano avuto sull’Italia effetti di reale progresso civile, Galli della Loggia ritiene che quelle novità siano state recepite in modo superficiale e non abbiano inciso sui vizi antichi e profondi della nostra società. In generale Schiavone guarda di più alla dimensione sociale dei fenomeni e mostra una maggiore fiducia nell’integrazione europea, mentre per Galli della Loggia i pericoli disgregativi che affliggono il Paese potranno essere scongiurati solo colmando l’attuale grave deficit di senso dello Stato.

ALDO SCHIAVONE – L’irresistibile pluralismo dell’Italia rese possibile il Rinascimento e insieme uno sviluppo economico senza precedenti, ma non consentì la formazione di una massa critica in grado di congiungere quantità e spazi indispensabili alla nascita di un grande Stato territoriale, come quelli che si stavano costruendo in Europa. Né avemmo il tempo di sperimentare soluzioni diverse e più adatte a noi: il «sistema Italia» messo in piedi nel corso del Quattrocento si rivelò alla prova dei fatti politicamente fragilissimo, e fu spazzato via. Questa contraddizione – primi, ma indifesi – ci è restata da allora conficcata dentro. La tensione fra comunità locali e identità italiana, che avrebbe potuto risolversi nell’invenzione di una via originale all’integrazione, si esaurì invece in un accentuarsi delle lacerazioni. La Controriforma fu la guida del nostro declino. Diventammo il terreno privilegiato di una grande offensiva cattolica, invece di essere il laboratorio di una nuova statualità (avremmo potuto pur diventarlo, in termini culturali). Mettemmo definitivamente la parrocchia al posto dello Stato: e questo stabilì rapporti di forza dal cui raggio non siamo più venuti fuori, nemmeno in centocinquant’anni di storia unitaria.

La geografia civile e mentale del Rinascimento uscì stravolta dall’impatto con il nuovo disciplinamento, che si combinava al dissesto politico del Paese. Esso contribuì a cristallizzare quello che possiamo chiamare il carattere moderno degli italiani, la qualità di un mondo interiore di lunga durata. Se ne distinguono perfettamente i tratti: il prevalere, in ogni giudizio, dell’intenzione sulla responsabilità; la sensibilità per l’ombra, per l’oscurità irrimediabile della materia umana; la propensione rassicurante per la continuità, e l’orrore del salto e del cambiamento; una percezione ambivalente del potere: cui conviene adattarsi, perché nell’assecondarlo c’è comunque un principio di salvezza, ma ritagliandosi una propria personale misura di disobbedienza, combinata con l’ostilità verso le regole generali e l’uniformità delle leggi; la percezione dello Stato come di un possibile nemico, del quale diffidare sempre; la duttilità di piegarsi, per non spezzarsi mai; una rappresentazione autosufficiente e molecolare di sé, chiusa nella dimensione privata o al massimo nella cerchia familiare.

È stata la Repubblica dei partiti e poi la nostra (tardiva) rivoluzione industriale degli anni Sessanta del Novecento, culminata nel ’68 degli operai, degli studenti, e insieme dei movimenti femminili che hanno cambiato radicalmente il vissuto di milioni di donne, a spezzare questa lunga continuità, e a far entrare la nostra storia sociale e civile in un’altra orbita, a gettare le basi di un individualismo acquisitivo consumista e permissivo, più in linea con quanto accadeva nel resto dell’Occidente. Ma il maggiore benessere e la più ampia libertà riproponevano l’antica scissione fra ricchezza e potenza, e l’antica subordinazione delle forme alla vita. Consumatori, non (ancora) cittadini; creativi, senza disciplina; audaci, senza struttura civile.

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ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA – Permettimi di dubitare radicalmente circa l’effetto di cesura epocale sul piano non del costume ma del carattere, che tu attribuisci al ’68 e in genere alla modernizzazione degli anni Sessanta-Settanta. Una frattura che secondo te metterebbe fine al fondo pre-moderno dell’individualismo italiano. Non credo proprio che le cose stiano così. C’è stato sì, allora, un grande mutamento, per esempio, nei costumi sessuali, dunque nei rapporti tra i sessi; e poi ancora nelle relazioni tra le diverse età, tra padri e figli, per finire con la diffusione dappertutto di un’atmosfera di pervadente informalità.

Ma sono convinto che tutto ciò non è arrivato in alcun modo a intaccare quel carattere anarchico-clanistico dell’individualismo italiano di cui abbiamo parlato prima. Anzi mi pare che la forza secolare di tale carattere si sia mostrata capace di riassorbire, in gran parte, la rottura sessantottesca modernizzatrice, rendendola alla fine qualche cosa di abbastanza superficiale. Nella sua sostanza profonda, infatti, la società italiana è rimasta quella che era prima del ’68: oligarchica, gerarchica, dove il rango conta sempre più del merito, conformista, nemica dell’individualismo. Esattamente com’era prima della frattura modernizzatrice. La quale ha avuto tra i principali effetti quello di diffondere nel Paese un grado elevatissimo di edonismo, che non ha riscontro in altri paesi. Alla fin fine la grande modernizzazione mi sembra essersi ridotta al puro e semplice abbandono – e lasciami aggiungere superficialissimo – dei principî dell’etica tradizionale di stampo cattolico. Devo dire la verità: non mi sembra una grande conquista.

Dall’altra parte, la modernizzazione ha rafforzato paradossalmente l’antico vincolo corporativo e di gruppo. È stato proprio dopo la «rottura moderna» che questo carattere decisivo della tradizione italiana, invece di diminuire, è molto aumentato. Come mi sembra molto aumentato il nostro familismo congenito, grazie al quale oggi i figli restano a vivere in famiglia ancora più a lungo di prima. È questa la modernizzazione sessantottesca del costume?

SCHIAVONE – L’antropologia italiana non è però soltanto negativa. Nel nostro carattere vi sono di sicuro gli esiti di molti traumi, ma si sono depositate anche attitudini preziose, che ci hanno tenuto in piedi, pur in momenti di difficoltà estrema. Ho già detto dell’esuberanza dei nostri animal spirits – predisposizioni mentali e pulsioni emotive educate non meno dalle avversità che dalla lunga abitudine a dover inventare per cavarsela. Della nostra propensione all’universalismo e alla connessione fra saperi diversi. Della capacità di ripartire ogni volta daccapo, e di trovare spesso soluzioni originali, adeguate alle forze e agli interessi in campo. Una tendenza adattativa che sa diventare autentica plasticità intellettuale, sociale e organizzativa, duttilità di fronte all’imprevisto, disponibilità ad accogliere dentro di sé la molteplicità del mondo, e insieme valutazione realistica dei dati di fatto. Certo, poi accanto a tutto ciò vi sono le zone d’ombra, o i veri e propri buchi neri. Ma la dialettica fra questi pieni e questi vuoti non presenta sempre un saldo negativo e nemmeno a somma zero. Sarei anzi portato a dire che, nonostante un pessimo inizio del nuovo secolo, e nonostante tutti gli obiettivi rischi di declino che abbiamo ricordato e che rendono oscuro e incerto il nostro presente, gli italiani agli inizi del nuovo millennio siano, alla fine dei conti, migliori dei loro antenati di un secolo fa: e non solo per l’aumento nei livelli di istruzione; per la crescita vertiginosa nelle possibilità di informazione, di conoscenza e di confronto; per un rapporto più equilibrato fra i sessi, le classi e le generazioni. Credo ci sia qualcosa d’altro. Ed è che, malgrado tutte le difficoltà, le tortuosità e i passi indietro che in tante occasioni noi stessi ci siamo inflitti, nella trama antropologica degli italiani ci sono oggi, rispetto a un secolo fa, un condizionamento alla democrazia e un diffuso e introiettato vissuto dell’eguaglianza molto maggiori rispetto a ogni altra epoca della nostra storia. Se è così, non dobbiamo disperare.

Un’immagine di Lorenzo il Magnifico (1449-1492)

GALLI DELLA LOGGIA – La capacità di adattamento di cui parli è sicuramente un dato reale del nostro panorama antropologico, ma sarei più cauto di te nel dargli un valore univocamente positivo. A suo modo, quella capacità di adattamento è anche la propensione al trasformismo, il tratto gaglioffo che sappiamo del nostro carattere nazionale.

Al centro del quale ci sono senz’altro gli animal spirits che tu evocavi. Mi chiedo però se la modernizzazione italiana sia riuscita davvero a farne un valore. Mi sento di dubitarne, soprattutto perché credo che quegli animal spirits in realtà non siano organizzabili. Nel momento in cui lo fossero cesserebbero di essere tali, infatti. Perderebbero la loro plasticità originaria. In ciò io vedo qualcosa di drammatico. Cioè il fatto che se noi italiani vogliamo restare noi stessi, nel senso di restare fedeli a una nostra specifica originalità antropologica, siamo per ciò stesso costretti a un rapporto ambiguo, comunque di non identificazione, con la modernità. Esito a dirlo in questa forma così recisa, ma mi viene da pensare che la modernità sia qualche cosa che al suo fondo si oppone in modo sottile ma reale e profondo al carattere italiano.

Quella che tu hai definito la plasticità rappresenta di sicuro un dato storico di estrema importanza, perché sta forse proprio in essa la ragione principale per cui l’Italia non è stata mai cancellata dalla scena del mondo, perché alla fine gli italiani riescono sempre a ricostituire una qualche forma di presenza collettiva sulla scena del mondo. Probabilmente proprio perché in loro c’è una forma di vitalità estrema, che però fa a pugni con il disciplinamento, ingrediente inevitabile proprio della modernità dispiegata.

Da noi il principio di autorità in genere è culturalmente delegittimato in una maniera e in una misura altrove sconosciute. Tutto ciò ha lasciato in eredità nell’organismo del Paese uno squilibrio, un disordine interiore, che ancora non sono stati riassorbiti. Di questo carattere scompaginante e destabilizzante, non componibile in alcun nuovo ordine ma alla fine solo corrosivo di ogni possibile ordine, è una prova, a me sembra, il fatto che non siamo riusciti a inventare nessun tratto effettivo ed esportabile di modernità italiana. Non c’è alcun tratto specifico di modernità che possa dirsi italiano. All’opposto, per la nostra società diventare moderna ha voluto dire talvolta andare incontro a un vero e proprio processo di snazionalizzazione.

SCHIAVONE – Non saprei dire se davvero non esista alcun tratto di modernità che possa dirsi propriamente «italiano». La nostra socialità urbana, la qualità complessiva della vita collettiva in molte città, soprattutto del Centro-Nord, credo abbia pochi eguali al mondo, e mi sembra un aspetto specificamente italiano della modernità occidentale, una nostra invenzione che molti cercano di riprodurre. Vi è di sicuro uno «stile italiano» nel dar forma alle cose intorno a noi, una maniera di percepire e disegnare la spazialità che ci circonda, una sensibilità alla bellezza e alla grazia, una misura nel rapporto tra vita e pensiero che sono diventati, in tutto il mondo, un’impronta incancellabile del nostro tempo.

Paradossalmente, è proprio la politica – nonostante tutti gli esperimenti che abbiamo tentati con essa nel Novecento – il terreno dove siamo rimasti più indietro, e non facciamo che imitare. E siamo indietro anche per quanto riguarda il nostro spirito pubblico, l’autocostruzione di noi stessi come cittadini; potremmo dire: il compimento dell’individualismo nella cittadinanza. Su questo punto, c’è ancora molto da fare. Come c’è molto da lavorare sulla qualità e la tenuta dei nostri legami sociali. In questo senso, possiamo dire che è mancata la funzione «pedagogica» delle classi dirigenti (fin quando ha resistito, vi è stata però una funzione pedagogica della classe operaia).

GALLI DELLA LOGGIA – In un modo che alle mie orecchie suona molto politico, tu tendi sempre a prospettare le cose in termini diciamo così ottimistico-evolutivi – «siamo rimasti più indietro», «c’è ancora molto da lavorare». Ma così ti impedisci di vedere, secondo me, certi nuclei profondi e immodificabili delle cose. Quanto alla funzione pedagogica svolta o non svolta dalle classi dirigenti italiane, io credo che si debba pensare, invece, all’assenza in genere di disciplinamento sociale, frutto dell’assenza storica di forti poteri politico-statali. A mio giudizio è essenziale: la mancanza nella vicenda italiana della dimensione dell’assolutismo. Tranne il caso di Venezia e della monarchia sabauda, nella penisola abbiamo avuto per moltissimo tempo poteri deboli, piccoli, lontani, privi di grandi ambizioni geopolitiche, quindi non bisognosi di risorse finanziarie e umane da estrarre dai propri stati, e anche perciò inclini a un certo qual complessivo lassismo nei confronti dei propri sudditi. Poteri per giunta alle prese con una controparte religiosa costitutivamente antagonista, schierata a difesa in senso lato delle masse popolari di cui si considerava la naturale tutrice. Per tutto questo insieme di fattori queste masse hanno potuto sottrarsi per lungo tempo a quella penetrante azione normatrice, a quella serie di obblighi indeclinabili e a quella vincolante obbligazione politica verso lo Stato che sono all’origine del senso civico diffuso in tanta parte dell’Europa. Assai più che lo Stato a esercitare il proprio potere sulle masse popolari italiane, molto spesso sotto forma di angheria, fu il nobile, il proprietario terriero dalle caratteristiche più o meno feudali in molte parti della penisola.

È da notare quindi che la stessa assenza di disciplinamento sopra detta a proposito delle classi popolari è valsa anche per le classi dirigenti italiane. Le quali, a causa sempre dell’assenza di un forte potere statale, hanno potuto prosperare in un sostanziale stato di anarchismo, cioè di esercizio arbitrario delle proprie prerogative e del proprio ruolo sociale.

 

Adriano Sofri: i 5 stelle e la democrazia del click

    

Adriano Sofri  “La Repubblica del 22 Marzo 2013

Come milioni di italiani, tiro le notti sui testi del e sul Movimento 5Stelle, dovendo portare all’esame di riparazione tutto il programma, almeno 6 o 7 anni in uno. Non sono ancora preparato, e intanto ho i seguenti dubbi. Mi par di capire che Grillo e Casaleggio – o Casaleggio e Grillo, non so come si dice – siano contrari all’indipendenza personale dei parlamentari. Continua a leggere

Vassalli gli italiani e il signor B.

Il carattere degli italiani e il signor B.

Da La Stampa: intervista a Sebastiano Vassalli, 2 dicembre 2010

Quello del carattere nazionale è un tema importante: direi addirittura un tema obbligato, se vuoi fare il mestiere dello scrittore in modo non superficiale. Naturalmente se scrivi romanzi di genere: i romanzi neri, i gialli, i rosa, i verdastri (come diceva Céline…), puoi anche non occuparti di queste faccende, perché ti muovi nell’universalità della superficialità. Sei un “cittadino del mondo”: i sentimenti e gli orifizi, più o meno sono gli stessi dovunque. Ma se vuoi andare al di là dell’intrattenimento non puoi sfuggire alla consapevolezza di appartenere a una lingua, a una storia, a una comunità di parlanti. Ti piaccia o no.

Una delle grandi linee narrative della tua opera è il “carattere degli italiani”. Un argomento sotto la cui sigla potresti addirittura raccogliere i tuoi libri come in una sorta di Comédie italienne. Non sto a elencare, mi limito al libro in cui hai raccolto alcuni interventi sparsi sui giornali a cui hai collaborato (almeno fino a quel momento), “Gli italiani sono gli altri”. Oppure nei racconti del libro “L’Italiano”.

Quello del carattere nazionale è un tema importante: direi addirittura un tema obbligato, se vuoi fare il mestiere dello scrittore in modo non superficiale. Naturalmente se scrivi romanzi di genere: i romanzi neri, i gialli, i rosa, i verdastri (come diceva Céline…), puoi anche non occuparti di queste faccende, perché ti muovi nell’universalità della superficialità. Sei un “cittadino del mondo”: i sentimenti e gli orifizi, più o meno sono gli stessi dovunque. Ma se vuoi andare al di là dell’intrattenimento non puoi sfuggire alla consapevolezza di appartenere a una lingua, a una storia, a una comunità di parlanti. Ti piaccia o no. Se vuoi arrivare davvero a capire qualcosa della vita e del mondo devi passare attraverso la specificità del tuo carattere nazionale.
Devi entrare nella realtà da quella porta, perché non ce ne sono altre. Non è questione di nazionalismi: figuriamoci! Potendo scegliere, forse avresti voluto fare lo scrittore in una lingua più conosciuta: l’italiano è una lingua bellissima, ma nel mondo la parla, a dire tanto, una persona su cento e non dà grandi possibilità. E poi, gli italiani leggono poco… Forse avresti preferito nascere in un Paese che gode di una considerazione internazionale diversa e migliore: ma sei nato qui, in questa comunità di parlanti, ed è da qui che devi partire. La vera patria di uno scrittore è la sua lingua. Gli scrittori davvero bilingui sono pochi, e costituiscono una anomalia che deve essere presa in considerazione caso per caso.

Non stento a crederlo. Ma la mia domanda – a sua volta – guardava più sotto o dietro o oltre: più in profondità, insomma. Intendo riferirmi a tutti i libri e le occasioni in cui hai parlato del carattere di una nazione che manca di coscienza.

Partiamo dal presupposto che, pur con tutti i loro difetti, gli italiani non sono peggiori degli altri esseri umani, che so: dei francesi, dei tedeschi, dei giapponesi… Diciamo che sono diversi. Il nostro carattere nazionale si è formato in mille e cinquecento anni di dipendenza da una religione, cioè dal cristianesimo che poi è diventato il cattolicesimo, e ruota intorno a tre parole di segno negativo: l’inappartenenza, l’irresponsabilità, la smemoratezza. Cominciamo con l’inappartenenza. I nostri connazionali, per la maggior parte, sono convinti che “Gli italiani sono gli altri”, il titolo che tu hai già ricordato. Sono convinti di non avere un carattere nazionale e di non essere una nazione. Al massimo, diceva Ennio Flaiano, potremmo considerarci «una confederazione di individui».

L’irresponsabilità?

L’irresponsabilità ci viene dalla convinzione, che ormai fa parte del nostro codice genetico e nasce insieme a noi, che tutto sia riparabile e che tutto, alla fine, si aggiusti. È qui che la religione ha giocato un ruolo decisivo. Se nemmeno la morte è un fatto irreversibile, perché dopo morti si rinasce in un’altra vita; se nessuna colpa è tale che Dio non possa o non voglia perdonarla in seguito a un atto di pentimento più o meno sincero: cosa rimane, nel mondo in cui viviamo, che può spaventarci e che deve essere preso sul serio? Non rimane niente.

La smemoratezza diventa una conseguenza…

Sì. La smemoratezza è la diretta conseguenza delle due caratteristiche precedenti, e si riassume nelle parole della canzone: «Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato». Così durante la seconda guerra mondiale gli italiani sconfitti e invasi da un esercito che si chiamava degli Alleati, perche era composto di inglesi, americani, canadesi, australiani eccetera alleati tra loro, accolsero gli invasori con manifestazioni di giubilo, al grido: «Sono arrivati gli alleati!» (Volendo dire: i nostri alleati). E così un popolo che al novanta per cento si era riconosciuto nel fascismo, nel breve volgere di un anno e mezzo diventò, almeno a parole, un popolo composto al novanta per cento di antifascisti.

È quanto scrivi, come ho già detto, in uno dei tuoi romanzi più forti, “L’oro del mondo”. Gli italiani improvvisamente scoprivano non solo di non essere mai stati fascisti, ma che il fascismo non era mai esistito.

Del carattere nazionale italiano mi sono appunto occupato nel romanzo “L’oro del mondo”, ma anche nel dizionario di parole nuove “Il neoitaliano” e nella raccolta di racconti, che già hai ricordato, “L’Italiano”. In quest’ultimo libro in particolare, e più precisamente nel racconto “Il signor B.”, ho anche cercato di fotografare il Paese dove vivo: l’Italia, nel momento in cui ne stavo parlando. L’ho descritto come un Paese con due, caratteristiche fondamentali. La prima è quella di essere sostanzialmente immobile. Cito me stesso, alle pagine 129-130: «Bisogna dire a chi ancora non se ne fosse accorto che l’Italia è un Paese vecchio, anzi vecchissimo, dove tutto è già accaduto in passato e dove non accade più niente di veramente nuovo e di veramente importante da circa cinquecento anni. È un Paese vecchio e tendenzialmente immobile. Qui non ci sono la Nuova Frontiera, l’Eldorado e nemmeno il Sogno Americano o l’Oriente Radioso della Nuova Cina. Qui il Sole dell’Avvenire è sempre al tramonto. L’unico sogno ricorrente, da più di due secoli, è quello di una rivoluzione che mandi tutto all’aria: ma non ha mai portato niente di buono. Per fare qualcosa in Italia: ad esempio per diventare davvero ricchi, o per arrivare al culmine di una carriera, una vita sola non basta. Ce ne vogliono almeno tre. Deve incominciare il nonno, poi deve proseguire il padre e poi, se tutti si sono dati da fare e hanno avuto fortuna, il figlio del figlio incomincia a raccogliere i frutti delle sue fatiche e anche di quelle dei suoi antenati…».

La seconda caratteristica fondamentale?

È quella di essere due Paesi in uno, e mi cito anche qui, subito dopo, alle pagine 130-131: «L’Italia non e soltanto quel Paese vecchio e sostanzialmente immobile di cui ti ho parlato: è anche due Paesi in uno. C’è il Paese Legale, che è sotto gli occhi di tutti, e c’è il Paese Sommerso: il Paese illegale, che tutti più o meno fanno finta di non vedere e che è più forte in alcune regioni e in alcune grandi città, e meno forte in altre regioni. Il Paese Sommerso ha le sue leggi, diverse da quelle del Paese Legale. Ha la sua politica (o le sue politiche) e ha la sua economia: un fiume di soldi che deve sfuggire alla contabilità dell’altro Paese, quello alla luce del sole, e deve essere “riciclato”. Fino a poco tempo fa, quel fiume di soldi andava all’estero seguendo i percorsi della finanza internazionale, e non si capiva mai bene dove finisse…».

Nessun contatto possibile tra le due Italie?

Al contrario. In quello stesso racconto, “Il signor B.”, ho parlato di un importante tentativo che è stato fatto, negli ultimi decenni del secolo scorso, di unificate le due Italie e di farle diventare un unico Paese più o meno legale, come tutti i Paesi del mondo. L’autore di quel tentativo, che poi non riuscì a controllare il corso degli avvenimenti e ne venne travolto, era un uomo politico: Bettino Craxi.
Il suo ragionamento era questo: che i soldi del Paese Sommerso, anziché perdersi nel nulla della finanza internazionale, dovevano riciclarsi in Italia nel Paese Legale, per produrre lavoro e benessere. Perciò Craxi ha inventato il signor B.: l’Arcitaliano. Cito ancora le parole del mio racconto, alle pagine 132-133: «Soltanto un miracolo, in un Paese vecchio e immobile come l’Italia, poteva produrre una fortuna così immensa e così rapida come quella dell’Arcitaliano; e soltanto un’entità, il cui nome incomincia con la lettera “M”, poteva compiere quel miracolo. Se poi qualcuno vuol credere che quell’entità sia stata la Madonna, è libero di crederlo».

La creatura che sopravanza il suo creatore?

Non proprio, ma di certo ancora una volta ne è una conseguenza. Come ho detto poc’anzi, Craxi è stato travolto dai meccanismi che lui stesso aveva innescato e il signor B., rimasto senza coperture politiche, ha dovuto “scendere in campo” personalmente. Correva l’anno 1994. Il Paese immobile, dopo cinquecento anni, ha incominciato a muoversi nell’unico modo possibile. I vecchi partiti politici sono scomparsi. Le ideologie si sono sciolte come neve al sole, il sotto e il sopra hanno incominciato a cozzare fra di loro e l’Arcitaliano è diventato un personaggio notissimo: una star, sulla scena del mondo. Complessivamente non si è tratto di un bello spettacolo, ma è stato comunque positivo per qualcosa, anche in questo Paese, abbia incominciato a muoversi.

Che il Paese Sommerso abbia incominciato ad affiorare?

I governi della cosiddetta “prima Repubblica” erano una finzione, nata dalla nostra sconfitta nella seconda guerra mondiale. Metà Vaticano e America, e metà Cremlino; metà De Gasperi e metà Togliatti (metà don Camillo e metà Peppone). L’Italia, quella vera, è riaffiorata con il signor B. in quell’Italia c’è anche il Paese sommerso. C’è la lettera “M”; ci sono i localismi e i campanilismi; ci sono i nani di corte e le ballerine; c’è qualche punta di eccellenza. Siamo ritornati a casa. Per contrastare il signor B. e il Paese reale che lui rappresenta dovrebbe esserci, nel presente, l’Italia ideale sopravvissuta alla prima Repubblica, con De Gasperi e Togliatti finalmente uniti in un unico partito: ma la loro opposizione è piuttosto debole. Se ogni tanto riescono ad andare al governo, più che per la loro forza è per un capitombolo degli avversari.

Nessuna speranza?

Forse un giorno anche l’Italia riuscirà ad essere un Paese normale. Chissà! All’inizio del 2010, mentre ne stiamo parlando, il processo di emersione del Paese Sommerso è appena incominciato. È un fenomeno vasto e profondo, che non riguarda solo il signor B. ma che ci riguarda tutti. E speriamo che nello scontro tra le due Italie non vada tutto all’aria, e che non si torni indietro di secoli. Speriamo che il signor B., per sistemare le sue faccende personali, non abolisca quel poco di legalità che c’è ancora in questo Paese. E che non faccia cose assurde per essere votato.

Restando al signor B., diciamolo esplicitamente: in che rapporti sei? Pro o contro?

Guarda: se non ci fosse stato il signor B. sarebbe arrivato un altro con un’altra iniziale, o forse addirittura con la stessa iniziale… Un altro magari peggiore di lui. Questo clima di isteria che si è creato nel Paese, con chi grida «meno male che lui c’è» da una parte e «vorremmo che crepasse» dall’altra, non aiuta a capire la realtà ma soltanto a nasconderla. Gli intellettuali illuminati che sfoggiano i loro lumi non servono a niente. L’ultima cosa di cui questo Paese ha bisogno sono i maestri di vita e di pensiero che gli impartiscono lezioni stando all’estero. Ne ha già avuti troppi. Mettiamola così: diciamo che quello che accade ora in Italia non ci fa fare bella figura davanti al mondo, ma che serve a chiarire le cose e che, in prospettiva, può avviarle verso la soluzione. È inutile riempirsi la bocca di parole indignate e di ragionamenti sublimi, se poi quelle parole e quei ragionamenti non si applicano alla nostra realtà. L’Italia, piaccia o no, è un Paese bifronte: la sua storia, e il carattere nazionale degli italiani, l’hanno portata a essere ciò che è e che è venuto alla luce in questi anni. Era inevitabile: prima o poi il Paese Sommerso doveva emergere; l’Impresentabile tenuto chiuso in cantina doveva riprendere il suo posto in famiglia. Magari anche come padre-padrone, perché no? E comunque, le scenate contro di lui servono a poco: l’epoca degli Impresentabili tenuti in cantina è finita per sempre.

La domanda era secca e – pur capendo il tuo ragionamento – mi sembra che tu la stia aggirando.

Sì, hai ragione. Sto dando l’impressione di voler eludere l’argomento: ma non è così. A proposito del signor B. come persona io non dico «meno male che lui c’è»: dico che, date le circostanze, un “lui” sarebbe comunque venuto, e avrebbe potuto essere peggiore. Sia nell’immagine che nella sostanza. Nell’immagine, i difetti del signor B. sono che assomiglia più all’«italiano vero» (quello «con la chitarra in mano») della canzone di Toto Cutugno, che a uno statista. Fa cucù o le corna agli altri capi di Stato, rivolge alle signore complimenti imbarazzanti o fuori luogo, schiamazza davanti alla regina d’Inghilterra… Nella sostanza, i suoi difetti sono due. Il primo è che fa politica soprattutto in televisione (non con la televisione, ma proprio in televisione): intervenendo nei talk show o facendovi intervenire i suoi fedelissimi che si guadagnano i galloni in quel modo, con epiche gare di eloquenza contro gli oppositori. Il secondo difetto è che non vuole essere processato, pur venendo dal nulla e da situazioni poco chiare, a metà strada tra la legalità e la lettera “M”… Ma si tratta di due difetti, se non giustificabili, per lo meno comprensibili. Chi, nei suoi panni, non si comporterebbe come lui? Chi, avendo un Parlamento a disposizione, non si farebbe le leggi su misura? Pensaci un momento e ti accorgerai che, come ho detto, al posto del signor B. sarebbe potuto arrivare un signor P., un signor Peggiore: con meno sondaggi sulla scrivania e con più monumenti nelle piazze. Ti accorgerai che le cose potevano, davvero, andare peggio…

 

Etica Pubblica a proposito della proposta di Renzi sull’estensione dello spoil system a tutta la dirigenza pubblica

A proposito delle  forti critiche espresse da Matteo Renzi a Ballarò  sui concorsi per assumere dirigenti pubblici a tempo indeterminato, Antonio Zucaro, Presidente dell’ Associazione Nuova Etica Pubblica, fa presente che l’ obbligo del concorso nasce dall’ art. 97 della Costituzione, strettamente collegato alla norma successiva, ovvero l’ art. 98, 1° comma, per cui “ I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione “. C’è una consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale sul fatto che ogni forma di precarizzazione degli incarichi – e ancor più del rapporto di lavoro – dei dirigenti pubblici, rimessa alla discrezionalità degli organi politici al vertice delle amministrazioni, espone i primi alle indebite influenze dei secondi e perciò viola sia la norma appena citata, sia quella che prescrive l’ imparzialità dell’ Amministrazione ( art. 97, 1° comma ).

Nuova Etica Pubblica ricorda che, nel sistema attuale, fondato sulle riforme del primo Governo Prodi, i dirigenti pubblici non sono inamovibili, ma possono essere sanzionati ed anche licenziati, nei casi più gravi,  se violano le leggi o falliscono gli obiettivi assegnati. Comunque per ragioni obiettive, e non per il venir meno di un “ rapporto fiduciario “col politico di turno, incompatibile col dettato costituzionale.

Antonio Zucaro chiede : “ E’ preoccupante che il giovane sindaco di Firenze, candidato alla Presidenza del consiglio, intervenga su un punto di questa delicatezza ed importanza senza conoscere né le norme in vigore né la giurisprudenza costituzionale. Lo fa per solleticare l’ opinione pubblica alla maniera di Brunetta, o perché anche per i dirigenti del Comune di Firenze  gli piacerebbe procedere ad  assunzioni a chiamata diretta, come le 100 – non dirigenziali – per cui si trova indagato come ex Presidente della Provincia ? “

Messaggio del Presidente del Consiglio M. Monti

UNA AGENDA PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

Roma, lunedì 28 gennaio Sala della Mercede,

Mi dispiace non poter essere presente oggi a questo interessante incontro, che già nel titolo evoca un approccio a me familiare, e del tutto condivisibile, cioè quello della definizione di un’”Agenda”.

n effetti ho molto apprezzato l’iniziativa di  tante e diverse associazioni, più di 50, che sono riuscite  a trovare un  terreno d’intesa e sottoscrivere  un “Accordo di azione comune per la democrazia paritaria”. E di riunire le candidate e i candidati alle prossime elezioni politiche per presentare, discutere e condividere tale Agenda. Continua a leggere

Atti del Convegno “CORRUZIONE E ILLEGALITA’, IL NO DELLE DONNE”

logo-noidonne

Corruzione e illegalità. Il NO delle donne

MARTEDI’ 13 NOVEMBRE 2012 (ore 15,00/19,00) al Senato della Repubblica (Sala Bologna).

Ideato e organizzato dalla rivista ‘noidonne’ e da ‘Noi Rete Donne’

Introducono e coordinano: Tiziana Bartolini, Daniela Carlà.

Interventi: Elisabetta Maria Cesqui (Sostituto Procuratore Generale Cassazione ) Valeria Fedeli (Accordo per le regole e la legalità /Cgil, Cisl, Uil) Vittoria Franco (Senatrice) Ermanno Granelli (Consigliere Corte dei Conti) Francesca Izzo (Docente universitaria) Beatrice Lorenzin (Deputata) Gianpiero Menegazzo (Direttore ACRIB – Associazione Calzaturifici Riviera del Brenta) Angela Napoli (Deputata) Stefano Rodotà (Docente universitario)

 Atti del Convegno CORRUZIONE E ILLEGALITA’ IL NO DELLE DONNE – 13 nov 2012

 

Intervista di Tiziana Bartolini a Stefano Rodotà su corruzione e consenso sociale.

 

Appello di azione comune dopo le elezioni del febbraio 2013

COMUNICATO/APPELLO

Le associazioni, reti e movimenti aderenti all’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si felicitano del fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, oltre il venticinque per cento degli eletti nel nuovo parlamento siano donne, e tra esse, molte giovani: in dettaglio (salvo aggiornamenti dovuti alle opzioni) 86 elette al Senato (27,3%) e 179 alla Camera (28,4%). Desta però preoccupazione che ciò avvenga in un quadro di grande incertezza politica dovuta alla mancanza di maggioranza al Senato della coalizione giunta prima alla Camera dei Deputati, col rischio di una breve durata della legislatura e che, perciò, le elette non siano poste in condizione di esercitare l’azione di rinnovamento di cui potrebbero essere protagoniste.

Le firmatarie dell’accordo chiedono che si tenga conto della accresciuta presenza femminile e che, perciò, vengano assegnati alle donne posti di responsabilità e di potere nelle Presidenze delle Assemblee, delle Commissioni e delle Giunte parlamentari e ritengono che, poiché si dovrà in ogni caso procedere alla elezione del Capo dello Stato, si possa avanzare la proposta di eleggere una donna alla Presidenza della Repubblica. Esse chiedono altresì che la metà dei ministri del Governo che comunque dovrà costituirsi siano donne.

Le firmatarie dell’accordo ritengono che la pressione esercitata dai movimenti delle donne che operano nella società civile, in particolare da quelle riunite nell’Accordo, abbia contribuito a convincere almeno alcune delle formazioni politiche scese in campo in questa competizione elettorale della necessità di mettere donne in lista per dimostrare che si voleva operare un rinnovamento del personale politico.

Tuttavia non si può ignorare la circostanza che, in gran parte, la accresciuta presenza delle donne in Parlamento sia (malgrado alcuni partiti siano ricorsi a primarie per la scelta dei candidati o alla loro designazione tramite il Web) più il risultato di un processo di cooptazione e di scelta compiuta dagli uomini, anche grazie alla legge elettorale vigente, che non a una vera elezione. Se ne trova conferma nel risultato, meno soddisfacente, ottenuto dalle donne nelle elezioni del Lazio, della Lombardia e del Molise: secondo i dati finora disponibili, il 18% nel Lazio, il 18,75% in Lombardia, due sole donne elette in Molise. Gran parte delle elette provengono dai “listini” del Presidente: è dunque evidente che è urgente introdurre, in tutte le elezioni in cui si vota con preferenza, la doppia preferenza di genere.

Le firmatarie dell’Accordo chiedono che in ogni caso il nuovo Parlamento:- metta mano subito alla modifica della legge elettorale introducendo “regole elettorali women friendly” che, quali che sia il metodo elettorale adottato, prevedano norme di garanzia per la presenza delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette e che raccordi i rimborsi elettorali (sia pur adeguatamente ridotti) alla percentuale di donne elette;- una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature. – norme di trasparenza e di riduzione dei costi delle campagne elettorali.

Le firmatarie dell’accordo chiedono ai neoleletti Presidenti del Lazio, della Lombardia e del Molise di comporre giunte con il 50% di donne e di pronunciarsi per una modifica delle leggi elettorali regionali, che introducano la doppia preferenza di genere.

Roma – 1 marzo 2013

LE FIRMATARIE:

1. NOI RETE DONNE

2. AFFI – ASSOCIAZIONE FEDERATA FEMMINISTA INTERNAZIONALE

3. SE NON ORA QUANDO

4. AGI (Ass. Giuriste Italiane – sez. romana)

5. AIDOS

6. ANDE

7. ASPETTARE STANCA

8. ASSOCIAZIONE ALMA CAPPIELLO

9. ASSOCIAZIONE BLOOMSBURY

10. ASSOCIAZIONE DONNE BANCA D’ITALIA

11. ASSOCIAZIONE NOID TELECOM

12. ASSOLEI

13. CENTRO ITALIANO FEMMINILE

14. CONSULTA DONNE DI COLLEFERRO

15. COORDINAMENTO ITALIANO LOBBY EUROPEA DELLE DONNE

16. COORDINAMENTO NAZIONALE DONNE ANPI

17. COMMISSIONE DIRITTI E PARI OPPORTUNITÀ ASS.NE STAMPA ROMANA

18. CORRENTE ROSA

19. CRASFORM Onlus

20. DONNE CHE SI SONO STESE SUI LIBRI E NON SUI LETTI DEI POTENTI

21. DONNE E INFORMAZIONE

22. DONNE IN QUOTA

23. DONNE IN RETE PER LA RIVOLUZIONE GENTILE

24. FIDAPA

25. FILOMENA

26. FONDAZIONE ADKINS CHITI – Donne in musica

27. FONDAZIONE NILDE IOTTI

28. GIO (Osservatorio studi di genere, parità e pari opportunità.)

29. GIULIA (Giornaliste Unite Libere Autonome)

30. ILCORPO DELLE DONNE- BLOG di Lorella Zanardo

31. IL PAESE DELLE DONNE

32. INGENERE

33. LA META’ DI TUTTO

34. LE NOSTRE FIGLIE NON SONO IN VENDITA

35. LIBERA DONNA – ROMA

36. LIBERE TUTTE – Firenze

37. LUCY E LE ALTRE

38. MOUDE (Movimento Lavoratrici dello spettacolo)

39. MOVIMENTO ITALIANO DONNE PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

40. NOI DONNE

41. NOIDONNE 2005 – Sassari

42. PARIMERITO

43. PARI O DISPARE

44. PROFESSIONAL WOMEN’S ASSOCIATION

45. RETE ARMIDA

46. RETE PER LA PARITA’

47. SOLIDEA

48. TAVOLA DELLE DONNE sulla violenza e sulla sicurezza nella città di Bologna

49. UDI

50. USCIAMO DAL SILENZIO

51. WOMEN IN THE CITY

 

 

Appello 21 marzo 2013 per una donna alla Presidenza della Repubblica

l’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria chiede l’elezione di una donna alla Presidenza della Repubblica

Le associazioni, reti e movimenti aderenti all’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si felicitano del fatto che, secondo i dati più recenti, (fatte salve le convalide delle Giunte per le elezioni o eventuali dimissioni ), la percentuale delle donne elette nel Parlamento sia superiore rispetto alle prime stime e sfiori il 31%: in dettaglio le donne parlamentari risultano essere 291, di cui 103 elette al Senato su 319 senatori (quasi il 30%) e 198 alla Camera su 630 deputati (sfiora il 30%). Si è ancora ben lontani dall’obiettivo di una presenza paritaria dei due generi, ma si tratta comunque di un passo avanti. Di particolare e positivo significato l’elezione a Presidente della Camera dei deputati di una donna, Laura Boldrini, cui le firmatarie del presente comunicato rivolgono fervidi rallegramenti e auguri.

Le firmatarie dell’Accordo rinnovano pertanto l’appello che, tenuto conto della presenza in ogni campo di donne di comprovata competenza ed eccellenza, capaci di prendersi cura delle più urgenti necessità del paese, si assegnino alle donne posti di responsabilità e di potere in tutte le cariche istituzionali e ritengono che, si possa avanzare la proposta di eleggere una donna alla Presidenza della Repubblica. Pur se permane la preoccupazione per la situazione di incertezza politica col rischio di una breve durata della legislatura, le firmatarie dell’Accordo ribadiscono la richiesta che in ogni caso il nuovo Parlamento:

  • metta mano subito alla modifica della legge elettorale introducendo regole elettorali rispettose del principio della democrazia paritaria e che, dunque, quale che sia il metodo elettorale adottato, prevedano norme di garanzia per la presenza del 50% di donne nelle liste e per la loro elezione, secondo i criteri contenuti nel documento sottoscritto dall’Accordo;

  • adotti una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature.

  • aggiorni, rafforzandola, la legge 906 del 2012 in materia di trasparenza e di riduzione dei costi delle campagne elettorali

Roma 21 marzo 2013

Le firmatarie

  • NOI RETE DONNE 

  • AFFI – ASSOCIAZIONE FEDERATA FEMMINISTA INTERNAZIONALE

  • SE NON ORA QUANDO           

  • AGI (Ass. Giuriste Italiane – sez. romana)

  • AIDOS

  • ANDE

  • ASPETTARE STANCA

  • ASSOCIAZIONE ALMA CAPPIELLO

  • ASSOCIAZIONE BLOOMSBURY

  • ASSOCIAZIONE DONNE BANCA D’ITALIA

  • ASSOCIAZIONE NOID TELECOM

  • ASSOLEI

  • CENTRO ITALIANO FEMMINILE

  • CONSULTA DONNE DI COLLEFERRO

  • COORDINAMENTO ITALIANO LOBBY EUROPEA DELLE DONNE

  • COORDINAMENTO NAZIONALE DONNE ANPI

  • COMMISSIONE DIRITTI E PARI OPPORTUNITÀ ASS.NE STAMPA ROMANA

  • CORRENTE ROSA

  • CRASFORM Onlus

  • DONNE CHE SI SONO STESE SUI LIBRI E NON SUI LETTI DEI POTENTI

  • DONNE E INFORMAZIONE

  • DONNE IN QUOTA

  • DONNE IN RETE PER LA RIVOLUZIONE GENTILE

  • FIDAPA

  • FILOMENA

  • FONDAZIONE ADKINS CHITI – Donne in musica

  • FONDAZIONE NILDE IOTTI

  • GIO (Osservatorio studi di genere, parità e pari opportunità.)

  • GIULIA (Giornaliste Unite Libere Autonome)

  • ILCORPO DELLE DONNE- BLOG di Lorella Zanardo

  • IL PAESE DELLE DONNE

  • INGENERE

  • LA META’ DI TUTTO

  • LE NOSTRE FIGLIE NON SONO IN VENDITA

  • LIBERA DONNA –ROMA

  • LIBERE TUTTE – Firenze

  • LUCY E LE ALTRE

  • MOUDE (Movimento Lavoratrici dello spettacolo)

  • MOVIMENTO ITALIANO DONNE PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

  • NOI DONNE

  • NOIDONNE 2005 – Sassari

  • PARIMERITO

  • PARI O DISPARE

  • PROFESSIONAL WOMEN’S ASSOCIATION

  • RETE ARMIDA

  • RETE PER LA PARITA’

  • SOLIDEA

  • TAVOLA DELLE DONNE sulla violenza e sulla sicurezza nella città di Bologna

  • UDI

  • USCIAMO DAL SILENZIO

  • WOMEN IN THE CITY

 

 

Sentenza TAR Lazio n 633 del Genn 2013 su composizione Consiglio Civitavecchia

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Bis)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 6569 del 2012, proposto da:
Associazione Nazionale Donne Elettrici – A.N.D.E. di Roma, in persona del legale rappresentante e Simona Galizia, rappresentate e difese dall’avv. Luisa Capicotto, con domicilio eletto presso la stessa in Roma, Piazzale di Porta Pia, 121;

contro

Comune di Civitavecchia, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dagli avv. Domenico Occagna, Marina Marino e Silvio Sbragaglia, con domicilio eletto presso l’avv. Michele Lo Russo in Roma, via del Corso, 504; Continua a leggere

Siti web relativi alle donne nella PA

http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/normativa-comunitaria/231-parita-di-trattamento-in-materia-di-occupazione-impiego-formazione-e-accesso-a-beni-e-servizi

Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità

http://www.rete-armida.it/

La rete delle alte professionalità femminili nella pubblica amministrazione

http://www.noidonne.org/

Il sito edito dalla Cooperativa Libera stampa fondato da Marina Sereni nell’anno  1937

http://www.senonoraquando.eu/

Movimento femminile nato nel  2011, attraversato  da fermenti di entusiasmo, creatività  e progettualità.

http://www.ingenere.it/perche

Rivista di informazione on line, dossier  e saggi sulle tematiche femminili.

http://www.andeonline.org/chisiamo.htm

Associazione nazionale delle Donne elettrici, movimento di opinione e di pressione per la presenza femminile nella politica e nella società.

http://www.udinazionale.org/donne-in-italia/storia-delludi/sono-nata-nel-1945.html

Unione donne italiane, associazione nata nel 1945.

http://www.noidonne.org/links.php

Indicazione di ulteriori link di Associazioni femminili.

http://www.consiglieraparitaroma.it/it/pages/associazioni-femminili.php

Indicazione di link di associazioni femminili dal sito delle Consigliere di parità della Provincia di Roma.

 

 

Risoluzione Parlamento Europeo: eliminazione degli steriotipi di genere

Nella Risolauzione sono presenti indicazioni diffuse affinchè le legislazioni nazionaliprocedano a produrre normative finalizzate all’eleiminazione degli steriotipi di genere nella vita familiare e lavorativa,per la violenza alle donne e per discriminazioni nel contesto lavorativo.

Risoluzione Parlamento europeo:

eliminazione degli stereotipi di genere.

                                                         Testi approvati    

                                        Martedì 12 marzo 2013 – Strasburgo

                                      Eliminare gli stereotipi di genere nell’UE

Risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2013 sull’eliminazione degli stereotipi di genere nell’Unione europea (2012/2116(INI)) Continua a leggere

Funzioni non svolte e attività reali dei gabinetti ministeriali – Antonio Zucaro

anto zucaro

“Un saggio di Antonio Zucaro sulle attività ed interessi reali gestiti nei Gabinetti ministeriali. La sconfortante disamina dell'”ora e adesso” lascia chiaramente trapelare tutto ciò che le cabine di regia dell’Amministrazione pubblica italiana non vogliono e non sono capaci di fare. La pur indispensabile strumentazione giuridica viene usata ed abusata per stravolgere quello che sarebbe il vero ruolo dei Gabinetti: non di semplici produttori di proposte di legge e di direttive, ma, da un canto, primi responsabili dell’analisi di fattibilità delle disposizioni di legge predisposte per i Ministri attraverso tecniche di AIR, d’altro canto, responsabili finali dell’applicazione di quelle politiche pubbliche che il Parlamento dispone per il Paese. Nulla di tutto questo, in una continua indigestione di trucchetti giuridici, codicilli e interpretazioni “ad usum delphini.

Antonio ZUCARO – Gabinetti ministeriali: il cambiamento necessario.

 

 

Caro dirigente pubblico

Questo sito è attento a registrare tutti i segnali che pervengono dall’opinione pubblica sulla percezione della PA da parte dei cittadini. Tale percezione non è solo una questione di “propaganda” di questo o quel politico. Proviamo a leggerla anche come EFFETTIVO disagio dei cittadini nei confronti di molti uffici pubblici così come ci si presentano davanti quando tutti noi siamo utenti. In questo spirito pubblichiamo una “lettera a un dirigente pubblico” scritta da un cittadino acculturato quale è sicuramente il consulente aziendale Giuseppe Caglini, chenon si accredita per tono polemico e astioso, ma pone delle sfide o, se si preferisce, delle provocazioni alla dirigenza pubblica “qui ed ora”. Buona lettura

http://notizie.tiscali.it/socialnews/Caglini/5750/articoli/Lettera-aperta-a-un-alto-dirigente-della-pubblica-amministrazione-pensi-a-come-auto-riformarsi.html