ForumPa 2013 – i dipendenti pubblici sono troppi?

Un’indagine effettuata in occasione del Forum della Pubblica Amministrazione del 2013. La radiografia del pubblico impiego dal punto di vista del numero degli addetti, dell’età media e delle retribuzioni. Partendo dalle fonti statistiche ormai classiche (MEF, Aran, OCSE e UE) lo studio, coordinato dal Presidente del Forumpa Carlo Mochi Sismondi, giunge alle conclusioni già esplicitate nel sottotitolo della ricerca: i dipendenti pubblici italiani non sono troppi, sono solo troppo vecchi e mal distribuiti.

Un’analisi comparata sul pubblico impiego in Italia,Francia e Regno Unito

 

 

La Repubblica – una burocrazia con troppi dirigenti pubblici, strapagati e inamovibili.

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La Repubblica – Affari e finanza dello scorso 11 maggio 2015 – entra con vigore nel novero dei grandi quotidiani d’informazione schierati contro la “Burocrazia dei mandarini: una riforma per rottamarli” (titolo dell’articolo). Le argomentazioni sono come sempre accompagnate dal supporto di accattivanti grafici che presentano dati la cui fonte viene citata genericamente (più circostanziati i riferimenti presenti sul sito del ForumPa 2015 – clicca qui). Tre sostanzialmente le affermazioni sulla dirigenza pubblica; a) numero eccessivo dei dirigenti pubblici; b) dirigenti pubblici strapagati; c) inamovibilità dei dirigenti pubblici.

 Dirigenti pubblici mandarini-11-maggio-2015

Su tutte e tre le affermazioni – comuni ormai a larga parte dell’opinione pubblica – esponiamo le nostre testi (e i nostri dati) – radicalmente in contraddittorio, sicuri come siamo che il campo della disinformazione in questi tre ambiti è enorme, anche fra gli studiosi.

Sui punti a) e b) rinviamo alle nostre elaborazioni su  “Retribuzioni medie e rapporto dirigenti/dipendenti nelle Amministrazioni pubbliche italiane” (clicca qui).

Sul punto c) rinviamo al pensiero esposto da Valerio Talamo nel corso del Forum della PA 2014, nel corso del quale dimostrò che lo status del dirigente pubblico, legibus sic stantibus, é quello della “precarietà” e non dell’inamovibilità (clicca qui)   e all’articolo di Antonio Zucaro sui Capi di Gabinetto ministeriali – prevalentemente non dirigenti pubblici, ma magistrati amministrativi – che sono i veri e unici mandarini dell’Amministrazione pubblica (clicca qui).

Retribuzioni medie e rapporto dirigenti/dipendenti nelle Amministrazioni pubbliche italiane.

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Presentiamo la tabella di sintesi con il rapporto dirigenti amministrativi/dipendenti pubblici nei diversi comparti della Pubblica Amministrazione basata sulla Relazione 2013 sul costo del lavoro pubblico della Corte dei Conti a Sezioni riunite in sede di controllo (vedi qui). Il rapporto complessivo è uno a 54 dipendenti, molto diverso dall’uno a quindici di cui si favoleggia per dimostrare che i dirigenti “sono troppi”. Certo, ci sono i dati eclatanti della Presidenza del Consiglio dei Ministri (uno a 8) e della Regione Sicilia (uno a 9), tuttavia nei comparti Ministeri, Scuola e Università, Enti di ricerca , Regioni e Autonomie locali il dato è confortante. Si noti infine che i dati in questione, gli ultimi con un crisma di vera affidabilità, si riferiscono al 31 dicembre 2011, prima quindi dell’operazione dei tagli lineari avvenuta con la cosiddetta “spending review” varata dal governo Monti con il Decreto legge n 95/2012: pertanto, i rapporti dovranno sicuramente essere corretti in aumento quando si disporrà di dati ufficiali più aggiornati.

 Rapporto dirigenti pubblici/dipendenti nel 2011

E’ presente nella tabella anche il rapporto fra dirigenti apicali e di prima fascia rispetto al totale dei dirigenti (4%). La pubblicazione dei dati delle retribuzioni dei primi viene quasi sempre presentata come rappresentativa dell’intera popolazione dei dirigenti, affermazione non vera “lanciata” dai media con riferimento ai dati OCSE. Presentiamo qui di sotto due tabelle del rapporto OCSE – Government at a glance 2013 – vedi qui testo integrale, riferite alle retribuzioni dell’anno 2011: la prima (a pag 107), cui fanno riferimento i titoloni dei quotidiani, riferita agli stipendi dei Senior manager italiani: i dati sintetizzati in effetti denunciano retribuzioni fortemente difformi in eccedenza rispetto a quelle dei corrispondenti stranieri. Peccato che la successiva pagina 109 del rapporto –  in riferimento alle retribuzioni medie dei middle manager che sono il 96% della dirigenza pubblica italiana –  evidenzi un dato totalmente differente: il grosso della dirigenza pubblica italiana gode di retribuzioni medie sostanzialmente in linea con quelle dei colleghi francesi, tedeschi e inglesi, molto inferiore a quella dei colleghi statunitensi. Se, infine, ricordiamo che i dati OCSE presi a riferimento sono dell’anno 2011e che, nel frattempo, il governo Monti prima e l’articolo 13 del DL n 66 dell’aprile 2014 (vedi) hanno ridotto ad euro 240.000, al lordo di contributi e imposte, il tetto retributivo degli alti dirigenti pubblici, il riferimento ai dati del 2011 risulta obsoleto , o meglio capovolto, visto che oggi anche le retribuzioni dei “senior manager” italiani sono in linea con la media OCSE (correggi in tal senso la tabella qui sotto). Le conseguenti affermazioni contrarie risultano destituite di fondamento.

Senior manager

middle managers

Riportiamo anche le utili tabelle del Sole 24 ore (Luca Tremolada – 27 maggio 2015) relative a numero e retribuzioni dei dirigenti pubbliciitaliani (dati ARAN) – clicca qui

Numero dipendenti e costo del lavoro pubblico – Conto annuale RGS 2013

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Nel conto annuale 2013 della Ragioneria generale dello Stato sono presenti i dati, a diverso livello di aggregazione, sui dipendenti pubblici aggiornati all’anno 2013.

Nel rinviare al relativo indirizzo web (clicca qui), pubblichiamo i dati aggregati su numero dipendenti e costo del lavoro.

 Numero dipendenti e costo del lavoro 2013

Il totale dei dipendenti della pubblica amministrazione ammonta nel 2013 a 3.232.954 unità –  in maggioranza donne; di tale personale 203.684 unità è composta da dipendenti non a tempo di lavoro indeterminato. Si conferma, pertanto, il trend di riduzione del personale pubblico, connesso all’aumento dell’età media (50 anni nel 2013) e la non eccessività del dato italiano rispetto alle medie europee e dei Paesi avanzati (Vedi Forum Pa 2013 -I dipendenti pubblici sono troppi?). Il costo del lavoro pubblico nell’anno 2013 è ammontato in  circa 158 mld. di euro (Vedi tabella qui sopra con dato disaggregato per comparto).

Per commenti e  approfondimenti , nochè serie storica degli ultimi anni clicca qui – Analisi_dei_dati_del_periodo_2007-2013

Vedi anche la spesa e le entrate della pubblica amministrazione al 2013 e anni precedenti –  ISTAT: I conti delle Amministrazioni pubbliche al 2013

Vedi anche Eurostat – Confronti con paesi UE 2008-2012

Vedi anche: Quante sono le amministrazioni pubbliche italiane?

La burocrazia falso bersaglio per il furore popolare: la nostra risposta a Casalino e ai suoi ispiratori.

La dichiarazione del presidente di “Nuova Etica Pubblica” Antonio Zucaro

Se riflettiamo un attimo a mente fredda e sgombra, non c’è molto di nuovo nelle esternazioni riservate – che, proprio per questo, riflettono al meglio il pensiero di chi le fa – dell’energumeno Rocco Casalino: affermare che i dirigenti del Ministero dell’Economia sono dei “pezzi di merda è solamente un modo diverso, all’altezza di una volgarità che tutto travolge e distorce, di esprimere un’antica diffidenza e ostilità nei confronti della dirigenza pubblica e della burocrazia in generale.   Continua a leggere

Antonio Zucaro: ripensare la pubblica amministrazione.

Il progressivo degrado delle amministrazioni pubbliche è una delle cause principali della crisi italiana. Malgrado l’onestà e l’impegno della grande maggioranza dei funzionari aumentano inefficienza e corruzione. Continua a leggere

Quanti sono e quanto costano gli impiegati pubblici italiani

Sono troppi i dipendenti pubblici italiani? Costano troppo? Guardando i dati presenti nei report statistici ufficiali e/o accreditati scopriamo che il problema non sta nel numero degli addetti e nel costo finanziario globale, ma in altro. Continua a leggere

Statistiche e confronti delle pubbliche amministrazioni italiane

statistiche-dipendenti

Qui di seguito un nutrito numero di statistiche. Continua a leggere

L’Italia dell’Alitalia – il riepilogo di una storiaccia e una possibile morale.

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La recente condanna penale di Franceso Mengozzi, ad di Alitalia dal 2001 al 2004 e di Giancarlo CIMOLI, Presidente e ad dal 2004 al 2008 – vedi qui – rispettivamente a 5 e 8 anni di reclusione e al risarcimento alle parti civili di 355 milioni di euro derivanti dal reato di bancarotta induce a qualche riflessione su una parte di storia industriale del nostro Paese.

Va ricordata, innanzi tutto, la natura giuridica “bifronte” che ha avuto Alitalia, la sua dirigenza e il suo personale fino al 2008, quando è fallita: azienda formalmente privata, ma  pienamente in mano pubblica (azionista unico il MEF), una “partecipata” si dice oggi. Questa modalità di governance – che ebbe momenti di vera “gloria” nell’IRI di Alberto Beneduce e nei tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale – entrò in crisi profonda negli anni ’80, quando i vecchi “enti pubblici economici” che la componevano divennero terreno di caccia di vere e proprie scorribande politiche, nonché collettori di tangenti e di malaffare. Le privatizzazioni degli anni ’90 e la modifica della loro natura giudica in “aziende private” di proprietà dello Stato non mutò in molti casi la sostanza di queste storture: rimase nel management, nei sindacati, nel personale e, naturalmente, nei politici l’idea di fondo che le risorse dello Stato avrebbero comunque garantito la sopravvivenza dell’azienda, delle sue storture organizzative e dei suoi privilegi (vedi in questo senso l’illuminante ricostruzione di Alberto Statera su “La Repubblica” del 30 sett 2015 e un’altra completa ricostruzione dell’epoca sulla cattiva gestione pubblica – vedi qui). Con la proterva sicurezza di tutti i players all’epoca in campo che “oggi va bene così” e al domani ci avrebbe comunque pensato qualcun altro. Il risultato, a tutto il 2008 – anno del fallimento  – fu un costo per l’erario di 13 miliardi di euro – fra capitalizzazioni e debiti ripianati – dall’anno 1989 in cui fu quotata in borsa fino al 2007, un deficit da ripianare a tutto il 2008 di 3 miliardi di Euro (sui quali la Procura ella Corte dei Conti – non a caso giudice patrimoniale e contabile delle società private finanziate dallo Stato – ha instaurato nel 2013 causa per danno erariale – vedi qui), 7000 esuberi su 20.000 dipendenti dell’epoca, tradottisi in spesa aggiuntiva per ammortizzatori sociali per circa 1,2 miliardi di euro (vedi articolo di Tito Boeri su La Repubblica.it del 2 gen 2009).

I fatti successivi sono noti: 1) nel 2008, rottura del patto con Air France KLM – già approvato dal cda – col quale quest’ultima si accollava tutti i debiti dell’azienda e prevedeva solo 1.300 esuberi attraverso un piano che non rinunciava alle rotte intercontinentali, come poi avvenuto, ma puntava a un’integrazione delle tre “case madri” su un programma di presenza globale su tutte le rotte internazionali;  2) difesa “dell’italianità” di Alitalia attraverso la costituzione di un’azienda privata – La CAI Alitalia – affidata a imprenditori privati “patrioti” guidati da Roberto Colannino,Giancarlo Elia Valori, Salvatore Ligresti, Francesco Bellavista Caltagirone, Emilio Riva, con acquisizione di tutte le risorse della vecchia Alitalia, che fu lasciata fallire (vedi su queste vicende gli articoli de La voce.info) ; 3) misero fallimento della vicenda CAI – vedi riepilogo nell’articolo di Oscar Giannino del 14 apr 2014 –  conclusosi con la cessione nel 2014 del 49% della proprietà alla Ethiad, compagnia degli emirati arabi con sede ad Abu Dabhi. Con buona pace dell”italianità” sbandierata 5 anni prima.

Recitano in questo dramma trentennale troppe figure di dirigenti pubblico/privati di primo piano perché ciò non faccia sorgere seri dubbi sulla qualità complessiva di un’intera generazione di top manager ( come non ricordare i casi Parmalat, Cirio e la stessa FIAT, sull’orlo del fallimento prima dell’arrivo dall’italo-canadese Marchionne). Ne escono malissimo anche i sindacati, persi nella difesa dell’esistente, senza “se” e senza “ma”. Domina su tutto una politica miope, che punta su personaggi impresentabili (Giancarlo Cimoli, quando fu nominato  a.d. Alitalia, era reduce da una pessima gestione delle Ferrovie dello Stato). Tuttavia, l’aspetto più significativo di questa, come di altre vicende consimili, ci pare il continuo colludere fra politici e manager di fiducia, con un incrocio di patti nascosti e di favori che tutto hanno garantito, fuorché la tutela dell’interesse generale del Paese. Ci pare necessario evidenziare questo aspetto in un frangente nel quale il “modello ideale” del manager pubblico  viene proposto  da troppi critici come fedele riproduzione del manager privato (vedi qui di Carlo Mochi Sismondi “Una dirigenza a rischio?”), legato al suo “capo” solo da legami fiduciari e portatore di sole “capacità manageriali“. Invece, proprio la storia di tanti manager “bifronte” pubblici/privati ci dovrebbe insegnare che un legame  politica/dirigente basato sul solo rapporto fiduciario si traduce quasi sempre nelle aziende pubbliche (oppure private ma di proprietà pubblica) nell’affievolimento dei meccanismi di garanzia della tutela dell’interesse generale della collettività.

La riproposizione – su cui sempre insistiamo – del modello di una dirigenza di carriera come schema ineludibile di salvaguardia e garanzia degli interessi della collettività, tuttavia, non esime – ci pare-  la dirigenza pubblica italiana da alcune severe autocritiche: esce vergine la dirigenza pubblica di carriera dalle tante brutte storie di quest’Italia della seconda Repubblica? Sicuramente no: anche a prescindere da singoli fatti eclatanti di malaPA emersi negli anni, il dato forte che emerge è che la dirigenza pubblica è stata in questi vent’anni assente e silente nel suo complesso rispetto agli eventi che si susseguivano, in ciò rinunciando a quel dovere di testimonianza, di critica e di propositività che attiene a un ceto dirigente che voglia qualificarsi come tale. La dirigenza pubblica non ha fatto sentire la sua voce, come uno dei ceti dirigenti del Paese. Forse i singoli si sono adagiati anch’essi sulla mera salvaguardia del personale e dell’esistente, senza ritenere necessaria e imprescindibile l’espressione comune di un pensiero su ciò che è giusto per il Paese e per la sua Pubblica Amministrazione. Forse in parecchi sono stati troppo distratti dalle proprie vicende personali e dai problemi del “giorno per giorno” per essere poi in grado di far sentire la propria voce in modo unitario come ceto dirigente. Questo ci pare il vero errore. E, nei fatti storici come nella vita,  gli errori alla lunga si pagano sempre e in modo spesso salato.

Giuseppe Beato