Mario Collevecchio: sistema dei controlli negli enti locali.

Mario Collevecchio è esperto di governance degli enti Locali, nonché presidente del Comitato scientifico di ANDIGEL, l’associazione dei Direttori generali degli enti locali. Sulla tematica dei controlli sugli enti locali presentiamo qui di seguito due suoi studi. Continua a leggere

Il sistema dei controlli interni negli Enti locali.

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Pubblichiamo, per utilità di studio e sintesi, le slide predisposte dal prof. Mario Collevecchio per il seminario anticorruzione organizzato dalla Lega delle Autonomie lo scorso 4 febbraio 2013.

 Seminario Anticorruzione_ Slide Collevecchio

VEDI ANCHE: Il sistema dei controlli di regolarità amministrativo contabile su Regioni ed Enti locali

Corte dei Conti, bilanci e sistemi di controllo delle autonomie locali

Per inquadrare il modello dei controlli interni dei Comuni e degli enti locali sono utili i seguenti tre  studi: Continua a leggere

I dati errati dell’OCSE sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici italiani e le conseguenti speculazioni giornalistiche.

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VEDI ANCHE: IMPORTO MEDIO DELLE RETRIBUZIONI DEI DIRIGENTI PUBBLICI

Si verifica ormai con puntualità annuale un corto circuito mediatico che inizia a sapere di ridicolo: l’OCSE pubblica il suo Report annuale sulle pubbliche amministrazioni dei 35 paesi membri e qui in Italia i giornali a diffusione nazionale concentrano tutto il “fuoco mediatico” su un   unico dato – errato e/o ballerino – presente in quel rapporto: le retribuzioni dei dirigenti pubblici italiani. Continua a leggere

La corruzione negli Enti locali come fenomeno diffuso

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E’ un fenomeno che sta assumendo i contorni dell’emergenza nazionale: si moltiplicano i casi di arresti di sindaci e/o dirigenti di Comuni o Regioni per vicende legate ad appropriazioni, corruzione, favoritismi familiari, arricchimenti illeciti. Continua a leggere

Il giudizio dei dirigenti pubblici sulla riforma Madia e sulle proprie funzioni

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Si é svolto “alla chetichella” lo scorso 22 marzo 2017 – presso la Sala Giannini di Palazzo Vidoni a Roma – il seminario di presentazione del 10° Rapporto annuale della fondazione Promo P.A. – vedi sito web– sui punti di vista e le opinioni dei dirigenti pubblici sullo stato e l’andamento della Pubblica Amministrazione. Continua a leggere

La Governance negli Enti locali, un problema irrisolto.

ITALIA

“Amministrazioni parallele”:  questo il modo di raffigurare la pubblica amministrazione italiana utilizzato dallo storico Guido Melis nel suo indimenticato saggio del 1988 (vedi qui “Due modelli di Amministrazione fra liberalismo e fascismo): era la fotografia di un Paese che non riusciva, dall’Unità d’Italia in avanti, a configurare un modello omogeneo di governance degli uffici pubblici  condiviso da tutti – politica, operatori dell’Amministrazione pubblica e cittadini. Continua a leggere

Il sistema dei controlli di regolarità amministrativo contabile degli atti di Regioni e Comuni.

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Il mondo amministrativo dei Comuni ha acquisito un forte potere e rilevanza nel nostro sistema istituzionale, tanto da “mandare” il Sindaco di Firenze e un ex Presidente dell’ANCI ai vertici delle Istituzioni. La ventata di novità per la pubblica amministrazione  non deve, tuttavia, far dimenticare che, anche e soprattutto nelle autonomie locali, nella legislazione amministrativa attuale si annidano dei “bachi” legislativi di pericolosità non ancora sufficientemente evidenziata.

Una delle più clamorose falle è quella esistente nel sistema dei controlli amministrativo-contabili, per quali gli esperti si attardano ancora sulla tematica della dannosità dei controlli “preventivi” (superati di fatto e di diritto con la legge n 20 del 1994 e sui quali non si nutrono nostalgie di sorta) nell’ottica dell’efficienza e della responsabilizzazione del dirigente  e sulla loro “arcaicità” in raffronto agli altri tipi di controllo e di valutazione: questa autentica corbelleria é sostenuta da molti furbetti con lo scopo di liberarsi dei controlli di legittimità degli atti, non tenendo conto della possibilità dei controlli successivi che sono egualmente uno strumento di garanzia e non ostacolano la tempistica degli atti posti in essere dai vari uffici.

Il concentrato di queste due  debolezze di pensiero ha prodotto danni ingentissimi, alla fine dei quali la stragrande maggioranza delle Amministrazioni pubbliche italiane è sprovvista, sia di un sistema efficiente di controlli di regolarità amministrativo-contabile, che di un sistema di controllo di gestione e di valutazione delle performance.

Ben lungi dall’essere “responsabilità degli amministratori e della dirigenza“, questa situazione deriva da un sostanziale smantellamento del sistema dei controlli degli atti delle Regioni e degli Enti locali che ha proceduto progressivamente negli ultimi venti anni ed ha trovato il suo momento massimo nell’abrogazione degli articoli 125 e 130 della Carta costituzionale scritta dai nostri Padri costituenti (vedi anche su questo sito lo  scandalo dei finanziamenti ai consiglieri regionali), che prevedevano modalità precise e specifiche di controllo degli atti. La ratio propagandata di quelle abrogazioni fu, al solito, permeata da una falsa idea di federalismo e di autonomia, tale per cui la pari ordinazione  di Stato, Regione ed Enti locali impediva che l’uno potesse controllare l’altro. Non è convincente questo assunto, per due buoni motivi: il primo è che l’unitarietà della Repubblica vincola tutti i suoi Organi costituzionali a regole e comportamenti reciprocamente rispettosi ma non per questo “scollegati” ed anarchici, vista la circostanza fondamentale che operano nel contesto di un unico sistema di finanza pubblica; seconda considerazione è la prioritaria difesa degli interessi del cittadino contribuente che si deve realizzare anche attraverso la garanzia della legittimità degli atti di spesa. La modifica del titolo V non tenne conto di queste due considerazioni, infatti non riformò il sistema dei controlli di regolarità amministrativo contabile, ma – con evidenza – li smantellò attraverso l’abrogazione pura e semplice degli articoli 125 e 130 Cost.

C’era e c’è un altro pensiero debolissimo che ammorbidisce dubbi e rimorsi dei più: quello dell’amministrazione che si “auto-controlla”. Questa è una delle più riuscite “balle spaziali” che abbiano trovato patria nell’ideologia modernista della Pa italiana. Andiamo a chiederlo agli americani, agli inglesi, ai francesi o ai tedeschi se utilizzano il sistema dell’autocontrollo amministrativo!!! In qualunque sistema amministrativo pubblico sano, il controllo amministrativo dell’operato di un qualunque soggetto non può che essere condotto da un soggetto controllante indipendente, pubblico ed esterno al soggetto controllato.

Gli esiti dello smantellamento dei controlli sono evidenti e gravissimi: arrecando un danno superiore ai danari persi col Mo.s.e. e con EXPO 2015,  oggi una miriade di piccoli rivoli di spesa delle 8000 amministrazioni pubbliche scorre oscura e senza controllo. Facile, troppo facile, l’incentivo a infinite piccole ruberie. Eppure l’aumento del livello di corruzione è lì ad ammonirci che, ancora prima dell’azione dell’autorità anticorruzione, è necessario riportare le grandi e le piccole spese pubbliche sotto il governo di una legislazione dei controlli chiara, equilibrata ed efficace, basata magari su Collegi sindacali costituiti da dirigenti pubblici estranei alle Amministrazioni controllate.

Per un approfondimento della tematica generale dei controlli sugli atti, dei controlli interni e della valutazione negli Enti locali, pubblichiamo tre contributi che riepilogano esaurientemente le tematiche normative così come si sono evolute nel tempo.

Giuseppe Beato

Dichiarazioni di Raffaele Cantone in ordine alla corruzione dopo la riforma del Titolo V della Costituzione.

Legambiente – Seminario nazionale 13 feb 2013 – Sistema dei controlli nella PA locale di Mario Collevecchio

Il controllo degli Enti locali alla luce della riforma del Titolo V Cost – Maria Cristina De Matteis 2007

Controllo della Corte dei conti sugli enti locali

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La legge n 213/2012, di conversione del DL 174/2012, ha istituito un sistema di controlli a cura delle Sezioni regionali della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria degli Enti locali per la verifica del rispetto degli obiettivi annuali del Patto di stabilità (Vedi articolo 148 bis della Legge 267/2000, così come introdotto).

Riprendiamo un saggio sulla tematica in questione pubblicato su LeggiOggi.it  dal Magistrato dr. Tiziano Tessaro – Il controllo della Corte dei conti sugli enti locali alla luce del federalismo fiscale.

Di preminente interesse anche la sentenza della Corte dei conti a sezioni riunite n. 6 del 4 novembre 2013 – Sentenza Corte dei conti n 6/2013 – che ha compiutamente delineato l’ambito e i limiti della giurisdizione contabile sulle delibere di controllo delle Sezioni regionali.

Il caos istituzionale della governance statale sulle opere pubbliche.

Riprendiamo, integrandolo, un “gustoso” articolo di Sergio Rizzo, apparso sulla colonne de La Repubblica del 15 giugno 2019, dove vengono enumerate ben 8 (otto) cosiddette “cabine di regia” delle opere pubbliche in questo povero Paese da ultimo mondo. Continua a leggere

Un nuovo disegno di legge sul pubblico impiego

Interventi per la concretezza delle azioni della pubblica amministrazione e la prevenzione dell’assenteismo” é il titolo del disegno di legge di iniziativa del ministro Giulia Bongiorno approvato dal Consiglio dei ministri di venerdì scorso e trasmesso al Parlamento. Continua a leggere

Global service ed esternalizzazione della gestione del patrimonio immobiliare: la relazione della Corte dei Conti

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La Corte dei conti, con la deliberazione del 25 maggio 2017 ha passato in rassegna, con riguardo alle Amministrazioni statali, le modalità di affidamento all’esterno e di gestione in “global service” della gestione del patrimonio immobiliare Continua a leggere

“La corruzione nasce dalla politica”

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Nel rinviare all’intervista di ieri 14 marzo del Presidente dell’autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone a “La Repubblica” –  vedi qui testo completo, ne evidenziamo qui gli aspetti strettamente attinenti al funzionamento delle pubbliche amministrazione. Continua a leggere

La corruzione nelle pubbliche amministrazioni e i bachi legislativi.

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Nella vicenda dell’Amministrazione comunale di Lodi – in cui è stato incriminato e arrestato il sindaco Simone Uggetti per aver truccato il bando di gara per la gestione delle piscine comunali – c’è solo un elemento positivo:il senso morale di Caterina Uggè, la funzionaria del Settore Istruzione, cultura e sport, la quale, pur intimidita dal Sindaco, ha trovato il coraggio di rivolgersi alla Magistratura e di denunciarne le malefatte facendo emergere uno dei tanti casi di ordinaria corruzione che prosciugano ogni giorno le nostre finanze pubbliche e riducono al lumicino i livelli etici esistenti in Italia – vedi qui la vicenda di Caterina Uggè.

La lettura amministrativa di questa vicenda assume valore di paradigma di come una produzione legislativa stolta e incurante delle successive necessarie implementazioni concrete stia distruggendo la Pubblica amministrazione in questo Paese. Enumeriamo di seguito:

1. L’identità della funzionaria Caterina Uggè non é stata tutelata, come pure in astratto previsto dalla legge anticorruzione e dalla direttiva ANAC dello scorso 2015 sui cosiddetti “Whistleblower“( vedi qui le norme di riferimento e la direttiva in questione). Questo é uno scandalo nello scandalo, perché un sistema pubblico funzionante non deve avere bisogno di eroi per autoemendarsi: la coraggiosa collega si trova ora esposta a possibili ritorsioni che potrebbero manifestarsi nel futuro, a riflettori spenti, sulla sua vita di lavoro. La figura di colui o colei che denuncia atti o comportamenti corruttivi o lesivi del codice penale é tutelata in astratto con la garanzia dell’anonimato dall’articolo 54 del d. lgs. 165/2001 e dalla direttiva ANAC sopra richiamata. Peccato che, in concreto, le strade che si aprivano alla dr.ssa Ugge’ erano due: o rivolgersi direttamente all’ANAC, quanto a dire un’entità lontana e inconoscibile nella circostanza specifica; oppure rivolgersi ai suoi superiori. Si dimentica che la realtà amministrativa italiana è composta da una maggioranza di piccoli Comuni e che, pertanto, “rivolgersi ai vertici della propria amministrazione” comporta il frequente pericolo che siano proprio tali “vertici” gli autori dei fatti corruttivi. Esattamente come verificatosi al Comune di Lodi.

2. C’è un’assenza nello scandalo del Comune di Lodi che fa un rumore assordante: la dirigenza di quel Comune. Dove stavano i dirigenti nella procedura di predisposizione del bando di gara, per legge di loro competenza, dati i conclamati principi di separazione fra politica e gestione? Era il dirigente del settore cultura e sport (vedi qui il sito dell’Amministrazione) l’unico competente a predisporre , con la collaborazione dei suoi funzionari, il bando di gara per l’assegnazione del servizio piscine: invece, il mandato d’arresto ci riferisce che la predisposizione materiale di quel bando fu effettuata dal sindaco in persona e da un consigliere della società che ha poi vinto l’appalto (arrestato pure lui) alla presenza dell’intimidita funzionaria Caterina Uggè. Chi é il dr. Giuseppe Demuro, dirigente reggente di quel servizio, nonché dirigente dello staff del Sindaco (vedi sempre il sito)? Forse appartiene a quello stock del 30% di dirigenti a tempo determinato assunti senza concorso pubblico, di cui all’articolo 110 del decreto legislativo n. 267 del 2000 (così emendato con legge promulgata nell’attuale legislatura – vedi)? Con sempre maggiore chiarezza emerge ciò che era prevedibilissimo: la cattiva politica assegna alla dirigenza non di carriera il compito di tacere, di “collaborare” e di rinunziare alla natura stessa di garanzia della propria funzione. Per quanto tempo ancora la Corte costituzionale di questo Paese tollererà senza provvedere che siano vulnerati i principi contenuti nell’articolo 97 della nostra Costituzione?

3. La Magistratura penale, che dovrebbe avere un compito in qualche modo di “supplenza”, cioè di baluardo estremo del rispetto delle norme dell’Ordinamento,  – dopo l’intervento del sistema amministrativo – rimane isolata quale unica garanzia di ripristino della legalità. Qui c’è il bersaglio grosso del nostro ragionamento: l’attuale titolo V della Carta costituzionale così come “emendato” nell’anno 2001: in quel testo furono abrogati – sic et sempliciter – gli articoli 125 e 130 della Costituzione  del 1946 che prevedevano l’obbligo dei controlli amministrativi esterni sugli atti delle Regioni e dei Comuni: ne derivò lo smantellamento totale di un reale sistema di garanzia amministrativa, così come l’avevano pensato i Padri costituenti (vedi qui un approfondimento su questo tema). Nessuno si dà pena di andare a verificare i meccanismi di controllo esistenti e funzionanti nelle democrazie della Gran Bretagna o della Francia, che prevedono controlli dello Stato persona sulle autonomie locali, senza minimamente ledere la loro autonomia. Nel nostro Paese prevale, invece, un’idea di autonomismo anarchico, purtroppo supportato da un principio di rango costituzionale: quello dell’equiordinazione fra Stato, Regioni ed Enti locali, esplicitamente proclamato all’articolo 114 del titolo V emendato nel 2001(vedi). Ne risulta che le massime istituzioni del potere esecutivo della nostra Repubblica operano come entità indipendenti l’una dall’altra, con poteri e prerogative  sindacabili solo in sede di ricorso alla Corte costituzionale l’una rispetto all’altra. Un vero pasticcio! Questo principio costituisce la trasposizione del principio della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario di Montesquieu al solo potere esecutivo! Mentre nel suo aspetto originale, la separazione dei poteri costituisce il baluardo fondamentale della democrazia, lo stesso principio, se inserito all’interno di un singolo potere, costituisce fonte di confusione, di lotte intestine, di inefficienza, cioè di assenza totale di governo della cosa pubblica.

Complimenti! Come credono possibile le varie compagini politiche che si susseguono al potere restituire efficienza e moralità a una pubblica amministrazione così malamente regolata?

Giuseppe Beato

Crozza, Sabino Cassese e la riforma delle pubbliche Amministrazioni.

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Crozza e i fannulloni pubblici – Video del 19 gennaio 2016.

Quando un comico del calibro e del seguito popolare di Maurizio Crozza mette sotto tiro gli impiegati pubblici e afferma esplicitamente che, per trovarne qualcuno che lavora, “bisogna andare a Berlino“, allora significa che egli in qualche modo interpreta e dà voce alla “pancia” di una grande fetta di opinione pubblica del nostro Paese. Soprattutto di questo deve prendere atto chi si occupa di pubblica amministrazione e i tanti che dentro lavorano onestamente….la casa, in qualche modo, brucia…e l’opinione pubblica è alle porte. A poco valgono una serie di altre possibili osservazioni: ciò che prevale é la demagogia dimostrata in quest’occasione dal Governo nel giustapporre e confondere il problema – che esiste – dei fannulloni con la riforma della pubblica amministrazione.

Ai tanti che giustamente puntano il dito sui truffatori che rubano denaro pubblico manomettendo i controlli delle presenze vorremmo fare una sola specifica domanda: “Crede lei che, facendo un’auspicabile pulizia completa dei furbetti che sguazzano nell’amministrazione pubblica, sarà risolto il problema dell’efficienza e del buon andamento della stessa?“. Noi, dal di dentro di questa macchina inceppata e ostile, Le rispondiamo che: “Sarà risolto un fondamentale problema di moralità pubblica, questo SI. Ma che No, la lotta ai fannulloni, pur sacrosanta e da appoggiare, non risolverà di un’unghia i problemi delle pubbliche amministrazioni“. Perché? Perché nessun Governo di questo Paese, dal primo dopoguerra in poi (si veda di Guido Melis: Il riformismo amministrativo italiano: una storia di vinti.) ha saputo mai trovare un paradigma condivisibile e condiviso di gestione delle pubbliche Amministrazioni, in grado di dosare nei giusti equilibri ruolo dello Stato e ruolo delle Autonomie locali, esigenze di efficienza e qualità con esigenze di garanzia e legittimità della spesa, che sapesse regolare i sistemi di controllo delle PPAA, la valutazione dei suoi dipendenti, ma anche delle Amministrazioni stesse, che sapesse inculcare nel DNA delle Amministrazioni pubbliche quell’ethos di Servitori del cittadino, indispensabile in un sistema costituzionale moderno. Potremmo continuare, perché la massa dei problemi in campo è enorme e non risolvibile a colpi di decreto o di spot elettorali. Meglio di noi Sabino Cassese,  in un suo fondo pubblicato ieri 23 gennaio 2016 sul Corriere della Sera, ci spiega come le riforme amministrative vanno non solo scritte, ma seguite e gestite nei tempi non brevi della loro buona attuazione…….Come avviene negli altri Stati occidentali avanzati, che pianificano in termini di lustri il programma di azioni e di risultati da portare a compimento.

 Sabino Cassese – I burocrati e il passo che manca.

Roma Mafia – Tre questioni di natura amministrativa.

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Dallo scandalo Roma mafia, a proposito del quale l’evento futuro da temere su tutti è che venga progressivamente dimenticato e derubricato, emergono tre temi specifici riguardanti il funzionamento della pubblica amministrazione. Tali temi sono: 1) il controllo sugli atti degli Enti locali; 2) la confusione, elusione delle norme che regolano il lavoro pubblico (concorsi, assunzioni, rapporti di lavoro, controlli, bilanci, procedure d’appalto, spese in genere)  attraverso l‘esternalizazione di compiti istituzionali a società partecipate operanti in regime di diritto privato; 3) lo status giuridico dei dirigenti coinvolti nello scandalo. Continua a leggere

GUIDO MELIS – SERVONO ANCORA I PREFETTI?

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Pubblichiamo un intervento sul “Sole 24 ore” del 6 maggio 2014 di Guido Melis, professore universitario alla Sapienza di Roma ed ex deputato del Partito democratico nella scorsa legislatura, sulla funzione delle Prefetture e sulla prevista diminuzione del loro numero a 40.

 PREFETTURE IMPORTANTE RUOLO DI RACCORDO

Alle considerazioni del prof. MELIS sulla necessaria funzione di raccordo svolta dalle Prefetture fra governo centrale e Autonomie locali, ne aggiungiamo una ulteriore di contesto: il “modello di riferimento teorico di lettura della pubblica amministrazione” che prevale ormai nelle fila del Governo Renzi (rappresentato in parte prevalente da ex amministratori locali, cominciando dallo stesso Presidente del Consiglio) è intriso da una forte insofferenza per “lo Stato centrale” – i “Ministeri”, i “Sovrintendenti alle belle arti”, le “Prefetture”, i “Segretari comunali”(che hanno la colpa storica di essere transitati dai ruoli del Ministero dell’Interno”). Con una visione fortemente partigiana, a loro si imputano tutti gli impacci che rallentano l’azione delle Autonomie locali e, alla fine, la riforma stessa della pubblica amministrazione. E’ una visione errata e fuorviante che, come al solito, tende a gettare il bambino insieme all’acqua sporca. Se una certa istituzione presenta dei problemi, l’impulso prevalente é sempre quello di “levarla di mezzo”, piuttosto che riformarla e renderla consona ai tempi. Grave errore. E mancanza di prospettiva ampia. Si ritiene che i problemi della pa siano annidati solo nell’Amministrazione centrale. Invece, le società partecipate, lo smantellamento dei controlli sugli atti di spesa avvenuto negli ultimi dieci anni, i mille piccoli e grandi rivoli di corruzione presenti in tutta la pubblica amministrazione, le lentezze e i ritardi anche negli atti di Regioni e Comuni consiglierebbero di non orientare l’opinione pubblica all’individuazione del solito colpevole, ma di procedere alla valutazione e risoluzione dei problemi lì dove si presentino.

il nostro programma

UNA NUOVA ETICA PUBBLICA PER LA RIFORMA DELLA POLITICA

La vita pubblica italiana, oggi, è corrosa dalla distorsione di ogni forma di potere pubblico dalla realizzazione dei fini istituzionali agli scopi particolari del detentore di quel potere.
Questa distorsione, nel nostro Paese, ha raggiunto dimensioni intollerabili. In tutti i Paesi civili le classi dirigenti perseguono, oltre agli interessi generali, anche il proprio interesse, individuale, di parte o di ceto, se non altro a restare al potere. In Italia, però, si è verificato un ribaltamento: gli scopi particolari diventano sempre più importanti e visibili rispetto ai fini istituzionali, ovvero agli interessi generali del Paese. Dai conflitti di interesse al voto di scambio, dalle leggi ad personam alla proliferazione di cariche, elettive e non, dallo spoils system alle assunzioni clientelari fino allo spionaggio privato di pezzi dei servizi segreti. Questa distorsione, infatti, investe tutti: i partiti, le istituzioni rappresentative, gli organi di governo, gli apparati dello Stato, le amministrazioni pubbliche.
E’ necessario, perciò, assumere come obiettivo esplicito di una riforma della politica la riconduzione dei poteri pubblici ai loro fini istituzionali, ovvero al perseguimento degli interessi generali, secondo il principio costituzionale del buon andamento, ovvero di un rapporto razionale tra mezzi e fini. Sapendo che i fini sono le condizioni del vivere civile: la sanità, la sicurezza, l’ istruzione, la giustizia, lo sviluppo e i mezzi sono risorse economiche, per definizione limitate.
La politica deve tornare a produrre sintesi, superando la mera intermediazione tra gli interessi particolari, con un ceto politico ridotto a corporazione tra le corporazioni. Occorre tornare a ricostruire, partendo dagli interessi particolari, un tessuto comune di valori ed interessi più ampi; certo, in un mondo in rapida evoluzione, le sintesi saranno comunque parziali e transitorie, ma non si può rinunciare al lavoro continuo, a tutti i livelli, per mantenere e ricostruire i punti d’appoggio e le linee di sviluppo del vivere civile. Contrastando la frammentazione, i particolarismi, le contrapposizioni identitarie, gli egoismi corporativi e localistici, arrivando a produrre le decisioni necessarie nei tempi utili. Una politica che diventi governo, a tutti i livelli, ed un governo che si faccia Stato.
La riforma della politica è necessariamente collegata alla riforma delle pubbliche amministrazioni. Né c’è riforma dell’ amministrazione senza riforma della politica. Nonostante la distinzione di legge, che affida alla politica gli indirizzi ed alla amministrazione la gestione, le due sfere sono strettamente connesse e soprattutto, oggi, sono complici nella logica dell’ autoreferenzialità, ovvero dell’ uso del potere per i propri scopi particolari. Le amministrazioni pubbliche sono state investite da un processo di riforma che continua da quindici anni senza produrre risultati di rilievo, perché è mancata la riforma della politica e dunque si è rafforzata, e non indebolita, la logica dell’ autoreferenzialità. L’ indirizzo della privatizzazione, aumentando la discrezionalità e riducendo regole e controlli, ha aperto nuovi, vasti spazi all’ uso distorto del potere pubblico. Dalla proliferazione di società “ private “ controllate da Enti ed istituzioni pubbliche, alla crescita abnorme delle consulenze, fino allo spoils system per ogni posto e funzione dirigenziale, comprese quelle più tecniche, come i primari ospedalieri. In questo quadro, la contrattazione collettiva per il personale delle pubbliche amministrazioni, comunque non soggette alla verifica del mercato, è rimasta, nella sostanza, uno scambio consociativo tra politica e sindacati, di consenso elettorale dei dipendenti a fronte della concessione di miglioramenti retributivi e normativi, con pochi effetti sul buon andamento delle amministrazioni.

Il primo fondamento della riforma della politica deve essere una nuova etica pubblica.
Per superare l’ autoreferenzialità dei partiti, delle istituzioni, delle amministrazioni, riorientando questi diversi segmenti della vita pubblica alla soddisfazione delle esigenze reali del Paese, attraverso il confronto aperto tra le diverse concezioni e posizioni, l’ assunzione della responsabilità delle scelte, l’ attuazione di queste secondo un riparto razionale di attribuzioni e competenze.
Il nucleo centrale della nuova etica pubblica è l’ orientamento della coscienza del singolo titolare di un potere pubblico alla migliore realizzazione del suo compito istituzionale. Subordinando nettamente a questa realizzazione ogni suo fine particolare, immediato ma anche più ampio ed indiretto. Nella valutazione delle situazioni e nella assunzione delle decisioni il titolare del potere pubblico potrà e dovrà tener conto di opinioni, consigli, prese di posizione di altri soggetti, singoli o collettivi, ai quali è vicino o partecipa. Partiti, club, Chiese, sindacati, altre associazioni. Ma non facendosene vincolare in termini contrastanti con le scelte del proprio foro interiore, subendo ordini estranei al corretto funzionamento dell’ istituzione o dell’ amministrazione. Per i parlamentari la Costituzione esclude il vincolo di mandato ( art. 67 ) perché rappresentano la Nazione nel suo insieme. A maggior ragione, va escluso ogni vincolo filosofico, ideologico, religioso, di interesse privato. Lo stesso vale per tutti i membri di assemblee elettive.
I funzionari professionali sono anch’ essi al servizio esclusivo della Nazione ( art. 98 ); perciò, sono tenuti a rispettare le indicazioni ricevute dai livelli superiori dell’ amministrazione, esercitando le proprie facoltà di valutazione e di decisione limitatamente agli ambiti previsti dall’ ordinamento. Dentro tali ambiti, tuttavia, devono scegliere secondo coscienza, senza subire condizionamenti o vincoli, come i magistrati e gli ufficiali dei corpi ad ordinamento militare.

E’ necessario invertire la tendenza in atto ormai da molti anni, di distacco dei cittadini dalla politica e dai poteri pubblici, nonché di distacco della politica, dei ceti politici ed amministrativi, dai cittadini. Certo, la politica e l’ amministrazione richiedono risorse e professionalità, ma la crescita evidente ed abnorme degli addetti ai lavori e delle spese sta scavando un fossato tra politica, istituzioni e società civile, pericolosissimo per la nostra democrazia.
Una nuova etica pubblica richiede un intervento a livello culturale, per richiamare i singoli agenti all’ impegno verso i propri doveri istituzionali. Tuttavia, per democratizzare e rafforzare la politica, occorrono modificazioni strutturali: in sintesi, più partecipazione e meno poltrone.
Più partecipazione significa stimolare un maggiore impegno dei cittadini sui temi generali, superando l’ atteggiamento della delega alla leadership e le tentazioni dell’ impegno particolaristico a difesa del proprio cortile di casa. La partecipazione richiede di essere stimolata ed organizzata, fornendo e raccogliendo informazioni e valutazioni, trovando sedi ed occasioni di confronto. Vanno previste, in particolare:
– primarie per l’ individuazione dei candidati alle cariche elettive;
– consultazione dei cittadini sulle grandi scelte;
– informazione e rendicontazione, anche per via informatica, sull’ operato di istituzioni ed amministrazioni;
– discussione pubblica dei bilanci delle istituzioni;
– verifica pubblica dei risultati raggiunti dalle amministrazioni;
Meno poltrone significa:
– razionalizzazione delle istituzioni su tre livelli: Stato, Regione, Comune. Sul territorio, si decideranno le aggregazioni e le articolazioni dei Comuni, nel rispetto dei vincoli appresso indicati;
– riduzione generale dei membri delle assemblee elettive, ai tre livelli;
– definizione di tetti di spesa per gli organi costituzionali ed istituzionali, ai tre livelli;
– riduzione programmata dei finanziamenti pubblici agli apparati politici per spese elettorali, giornali, ecc. ( ad es.: 50 % in 5 anni )
– distinzione netta, nelle amministrazioni, tra personale di nomina politica, per la diretta collaborazione ai vertici politici, nominabile e revocabile a discrezione, entro un rigoroso tetto di spesa e personale di carriera, al servizio esclusivo della Nazione, assunto per concorso, promosso o revocato a seguito di valutazione obiettiva. Applicazione di tali regole anche a consorzi e società formati da istituzioni ed enti pubblici;
– applicazione dei principi di responsabilità e rendicontazione agli organi di vertice di tutti gli Enti ed amministrazioni, a tutti i livelli istituzionali, anche con l’ istituzione di una funzione di controllo sull’opportunità ed economicità delle scelte operate
– collegamento alla valutazione ed al merito della retribuzione e della carriera dei dirigenti, dei funzionari e di tutti i dipendenti pubblici.

Per alcuni obiettivi occorreranno leggi nazionali, per altri saranno necessarie leggi regionali od altri provvedimenti. Ciò che occorre, ora, è l’ assunzione di un indirizzo politico generale in questo senso, da parte delle forze politiche e sociali, per invertire la tendenza alla crescita abnorme di spese ed apparati, riorientare i titolari di poteri pubblici al corretto esercizio delle funzioni e soprattutto per ridare alla politica l’ autorità morale per poter chiedere al Paese gli impegni necessari al risanamento ed allo sviluppo.

 SCHEDA DI ADESIONE

nasce eticaPA

Vogliamo essere la comunità della Pubblica Amministrazione, una comunità al servizio del cittadino, che lavora al bene comune del Paese.

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Siamo un gruppo di funzionari e dirigenti della PA che pongono al centro del loro operato il bene del Paese. Noi vediamo il lavoro nella Pubblica Amministrazione come un servizio per i cittadini e con questa iniziativa vogliamo renderne partecipi tutti.

ADERISCI COMPILANDO LA SCHEDA ADESIONE 

UNA NUOVA ETICA PUBBLICA PER LA RIFORMA DELLA POLITICA

La vita pubblica italiana, oggi, è corrosa dalla distorsione di ogni forma di potere pubblico dalla realizzazione dei fini istituzionali agli scopi particolari del detentore di quel potere.

Questa distorsione, nel nostro Paese, ha raggiunto dimensioni intollerabili. In tutti i Paesi civili le classi dirigenti perseguono, oltre agli interessi generali, anche il proprio interesse, individuale, di parte o di ceto, se non altro a restare al potere. In Italia, però, si è verificato un ribaltamento: gli scopi particolari diventano sempre più importanti e visibili rispetto ai fini istituzionali, ovvero agli interessi generali del Paese. Dai conflitti di interesse al voto di scambio, dalle leggi ad personam alla proliferazione di cariche, elettive e non, dallo spoils system alle assunzioni clientelari fino allo spionaggio privato di pezzi dei servizi segreti. Questa distorsione, infatti, investe tutti: i partiti, le istituzioni rappresentative, gli organi di governo, gli apparati dello Stato, le amministrazioni pubbliche.

E’ necessario, perciò, assumere come obiettivo esplicito di una riforma della politica la riconduzione dei poteri pubblici ai loro fini istituzionali, ovvero al perseguimento degli interessi generali, secondo il principio costituzionale del buon andamento, ovvero di un rapporto razionale tra mezzi e fini. Sapendo che i fini sono le condizioni del vivere civile: la sanità, la sicurezza, l’ istruzione, la giustizia, lo sviluppo e i mezzi sono risorse economiche, per definizione limitate.

La politica deve tornare a produrre sintesi, superando la mera intermediazione tra gli interessi particolari, con un ceto politico ridotto a corporazione tra le corporazioni. Occorre tornare a ricostruire, partendo dagli interessi particolari, un tessuto comune di valori ed interessi più ampi; certo, in un mondo in rapida evoluzione, le sintesi saranno comunque parziali e transitorie, ma non si può rinunciare al lavoro continuo, a tutti i livelli, per mantenere e ricostruire i punti d’appoggio e le linee di sviluppo del vivere civile. Contrastando la frammentazione, i particolarismi, le contrapposizioni identitarie, gli egoismi corporativi e localistici, arrivando a produrre le decisioni necessarie nei tempi utili. Una politica che diventi governo, a tutti i livelli, ed un governo che si faccia Stato.

La riforma della politica è necessariamente collegata alla riforma delle pubbliche amministrazioni. Né c’è riforma dell’ amministrazione senza riforma della politica. Nonostante la distinzione di legge, che affida alla politica gli indirizzi ed alla amministrazione la gestione, le due sfere sono strettamente connesse e soprattutto, oggi, sono complici nella logica dell’ autoreferenzialità, ovvero dell’ uso del potere per i propri scopi particolari. Le amministrazioni pubbliche sono state investite da un processo di riforma che continua da quindici anni senza produrre risultati di rilievo, perché è mancata la riforma della politica e dunque si è rafforzata, e non indebolita, la logica dell’ autoreferenzialità. L’ indirizzo della privatizzazione, aumentando la discrezionalità e riducendo regole e controlli, ha aperto nuovi, vasti spazi all’ uso distorto del potere pubblico. Dalla proliferazione di società “ private “ controllate da Enti ed istituzioni pubbliche, alla crescita abnorme delle consulenze, fino allo spoils system per ogni posto e funzione dirigenziale, comprese quelle più tecniche, come i primari ospedalieri. In questo quadro, la contrattazione collettiva per il personale delle pubbliche amministrazioni, comunque non soggette alla verifica del mercato, è rimasta, nella sostanza, uno scambio consociativo tra politica e sindacati, di consenso elettorale dei dipendenti a fronte della concessione di miglioramenti retributivi e normativi, con pochi effetti sul buon andamento delle amministrazioni.

Il primo fondamento della riforma della politica deve essere una nuova etica pubblica.

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