Sabino Cassese – l’imbuto dello Stato inefficiente

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L’EDITORIALE: L’IMBUTO DELLO STATO INEFFICIENTE

Il prof. Sabino Cassese, libero da più di un anno dai vincoli di discrezione che la carica di giudice costituzionale imponeva, ritorna con ritmi ormai settimanali sui temi della crisi dello Stato e del sistema politico. Riproponiamo qui il suo ultimo editoriale del 3 gennaio scorso con il quale ha “riconfigurato” i termini di analisi sull’inefficienza della pubblica amministrazionevedi qui

Sottolineiamo in particolare due punti dell’editoriale: il primo consistente nell’esplicita affermazione del “fallimento della contrattualizzazione del pubblico impiego….. a causa dei sindacati confederali, che hanno riprodotto al loro interno i guasti del sindacalismo autonomo e sono stati incapaci di far prevalere gli interessi degli utenti su quelli dei dipendenti“. Sono idee certo non nuove, solo a vedere la sua antica polemica (da noi riproposta la scorsa estate) con il compianto Massimo D’Antona e con Franco Bassanini nel 1998 – vedi qui . La nostra Associazione conduce da tempo la sua battaglia per evidenziare questo tema e, soprattuto, per sensibilizzare un’area possibilmente vasta di interessati sull’esigenza assoluta di prendere atto di questa “sconfitta” e di avere il coraggio di correggere ciò che è necessario correggere, senza mettere la testa nella sabbia e, soprattutto, senza reiterare “diabolicamente”  una linea d’azione politica e intellettuale rivelatasi chiaramente perdente nell’ottica della qualità dei servizi della pubblica amministrazione.

Il secondo punto che vogliamo evidenziare dell’editoriale di Cassese è quello relativo alla (mancata) riforma della dirigenza pubblica, della quale sembra avere nostalgia, visto che ne parla come di riforma “azzoppata dall’azione congiunta dei vertici ministeriali e della Corte costituzionale“. Qui proprio non comprendiamo! Cosa aveva di buono una riforma della dirigenza pubblica che precarizzava – più di quanto non lo sia già adesso – la posizione del dirigente pubblico e lo privava completamente di quei requisiti di stabilità della funzione che proprio Cassese ha sempre sostenuto nel corso della sua carriera accademica – (si veda fra i tanti qui1 e qui2)? Ha visto male il Consiglio di Stato che di quell’articolato di legge rilevò molteplici aspetti d’incostituzionalità (vedi qui)?

Ma soprattutto vorremmo chiedere al prof. Cassese: egli è stato Ministro della Funzione pubblica ed è intervenuto “in corpore vili” negli anni caldi della “fallita” riforma del pubblico impiego, in seguito è stato per nove anni giudice della Corte costituzionale, è il massimo studioso italiano vivente di pubblica amministrazione, problemi dello Stato e storia del diritto amministrativo. Ciò significa che non “passava qui per caso”, ma che è stato uno dei massimi rappresentanti del ceto dirigente del nostro Paese nel trentennio appena trascorso. Il tono dei suoi articoli pare, invece, essere quello censorio di colui che cala improvvisamente su una situazione prima non conosciuta e stigmatizza severamente ciò che osserva, come se ne fosse stato sempre un lontano e irrilevante “osservatore”. Forse – ma vale anche per chi scrive queste note, già alto dirigente della pubblica amministrazione – toni e argomenti autocritici sarebbero più adatti “moralmente”, non fosse altro per il rispetto che si deve ai nostri fratelli più giovani e ai nostri figli, ai quali noi non più giovani abbiamo consegnato una situazione pubblica che definire come “insufficiente” è un pietoso eufemismo. Non si tratta di mettersi alla gogna, ma di mettersi a disposizione con modestia e umiltà per analizzare insieme dove si è sbagliato e dove è necessario e urgentissimo intervenire.

Giuseppe Beato

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