Privatizzazione, dirigenza e datore di lavoro pubblico

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Valerio Talamo, autore di antica scuola cassesiana, é presente da buoni vent’anni nel dibattito sulla cosiddetta “privatizzazione” del lavoro pubblico. Egli ha sempre centrato la propria analisi sulle aporie delle varie opzioni legislative e giurisprudenziali in campo, fornendo ogni volta un quadro di riferimento completo sulla tematica affrontata. In particolare, i suoi terreni di studio sono la dirigenza pubblica “riformata” (meglio dire “precarizzata”) dal 1993 in poi e gli andamenti giuridico-finanziari della contrattazione pubblica, così come introdotta e attuata in seguito all’accordo del 23 luglio del 1993 - vedi qui il testo. Sul primo argomento ricordiamo “Per una dirigenza pubblica riformata” del 2007 - vedi qui - nel quale, ripercorrendo le vicende giuridiche dal 1972 (DPR n. 748) in avanti, dimostrava chiaramente che è prevalso nel contesto della cosiddetta “privatizzazione” del pubblico impiego un principio di fiduciarietà/precarietà nel regime dei dirigenti pubblici che ha travolto nelle regole legislative i principi di imparzialità e neutralità pure enunciati dagli articoli 97 e 98 della Costituzione. Con un altro scritto del 2009 – “Gli interventi sul costo del lavoro nelle dinamiche della contrattazione collettiva nazionale e integrativa” –  Talamo dimostrò che i tavoli contrattuali nazionali e integrativi del pubblico impiego  non sono stati in grado di dare attuazione ai due principi fondamentali degli accordi di luglio del 1993: la funzione di calmiere rispetto alle dinamiche inflattive e il collegamento fra erogazione degli incentivi e misurazione e valutazione della produttività e della qualità delle performance delle Amministrazioni pubbliche - vedi qui.

Nel contesto di una situazione di governo delle pubbliche amministrazioni oggi compromessa esattamente come 10 anni fa, Valerio Talamo ci offre un’ulteriore analisi – che pubblichiamo in anteprima – sulle successive vicende caratterizzate dai ulteriori ripetuti interventi legislativi sulla dirigenza e sulla contrattazione pubblica, incapaci - a parere nostro – di modificare la situazione di confusione massima e di crisi esistente. Al centro dell’attenzione di Talamo la figura del “dirigente come datore di lavoro”, da lui sapientemente qualificata come quella di un “Giano bifronte“: egli svolge una stringente deduzione dai testi legislativi e  dalla giurisprudenza prevalente che conduce a dimostrare l’impossibilità per il dirigente pubblico di potersi dispiegare efficacemente come datore di lavoro nel confronto sindacale perché la figura è in sé una una contraddizione in termini: l’essere contemporaneamente soggetto e oggetto della contrattazione sindacale. Talamo è a un passo dal proporre esplicitamente – ma lo faremo sicuramente noi – uno sganciamento della dirigenza pubblica dal regime della privatizzazione , sicuro come è e come siamo di essere supportati dal pensiero di Massimo Severo Giannini che affermava nel lontano 1979 che “ ..un’altra strada percorribile non sia quella di privatizzare i rapporti di lavoro con lo Stato non collegati alla potestà pubblica, conservando come rapporto di diritto pubblico solo quello di coloro ai quali tale esercizio è affidato o affidabile, cioè gli attuali direttivi e dirigenti”.

Agganciamo idealmente il pensiero di Talamo a quello –  coincidente in molte soluzioni immaginate – di Carlo Deodato, pubblicato su questo sito pochi giorni fa (vedi qui).

Valerio Talamo: relazioni collettive e dirigenza pubblica

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