C’è tanta o poca corruzione in Italia? I sondaggi ballerini

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In tempi di fake news e di ciarlatani allo sbaraglio ci si affanna e ci si accapiglia anche sull’affidabilità dei dati e dei sondaggi italiani e internazionali: da un canto c’è sempre la fazione di chi enfatizza e drammatizza alcuni sondaggi, dall’altro lato c’è la corrente di chi revoca in dubbio quegli stessi dati, in una dimensione aggressiva e polemica che disorienta chi vorrebbe semplicemente capire e conoscere: é uno dei sintomi di una dimensione sostanzialmente nevrotica in cui oggi navigano i ceti accademici e politici – nonché l’informazione – nel nostro Paese.

E’ il caso dei “sondaggi sulla corruzione” sui quali ferve in questi giorni un dibattito alimentato da un fondo recentissimo  dell’incombente prof. Sabino Cassese sul Corriere della Sera – vedi qui il 13 dicembre scorso. In quest’articolo egli ha posto in discussione l‘affidabilità dei sondaggi di Trasparency International, della World Bank e della Country Risk Guide che collocano l’Italia agli ultimi posti nella classifica internazionale della corruzione, dopo il Ghana, lo Zambia, Cuba e l’Arabia Saudita . Egli contesta anche la quantificazione del costo della corruzione (60 miliardi l’anno, in ciò riprendendo quanto apparso in altri articoli di stampa – vedi qui). Va subito chiarito che Cassese centra bene il suo ragionamento, opponendo ai dati di Trasparency International quelli dell’Eurobarometro della Commissione europea e dell’ISTAT. Tuttavia il suo ragionare piega poi sulla china della contestazione della recente legge sulla protezione dei whistleblower (vedi qui ), affermazione quest’ultima che ci trova fieramente contrari, proprio in virtù del dotto paragone che fa il professore con gli informatori del Consiglio dei Dieci della gloriosa e potente Repubblica di Venezia dei secoli passati.

Per chi voglia serenamente capire e dedicare un piccolo tempo in più alla riflessione sul fenomeno della corruzione in Italia, offriamo i punti di riferimento testuali per comprendere il dibattito in corso.

Il punto fondamentale da cui partire è il seguente: non è possibile avere una statistica diretta della corruzione – in nessun luogo al mondo – perchè non esistono e non esisteranno mai degli “indicatori ufficiali” di un fenomeno del genere. Per questo motivo si cerca di aggredire il tema della conoscenza della corruzione ricorrendo ad altre evidenze statistiche oggettive ma estrinseche al fenomeno in sé e per sé, che riescano a fornire una fotografia che si avvicini il meglio possibile alla realtà. Sulla base di questo ragionamento importanti istituti di sondaggio internazionale hanno avviato da anni un sistema di rilevazione campionario con il quale si stima la “percezione” della corruzione. Da cui la statistica più di moda che Trasparency International –  organizzazione facente capo alla Banca mondiale e istituita nell’anno 1993 –  elabora ogni anno  come indice della corruzione percepita (vedi qui l’indice dell’anno 2016) e che quindi non va presentato come “indice della corruzione”: molti quotidiani italiani, veri cultori della “disinformatia“, tecnica molto più raffinata delle fake news, usano da anni presentare queste statistiche enfatizzando al massimo il termine “corruzione”, ma pochissimo spiegando che di “corruzione percepita” si tratta (vedi fra tutti La Stampa del gennaio scorso): il lettore, poco avvertito e/o non avvertito, legge e capisce altro. Già lo scorso anno 2016, Giampaolo Galli avvertiva sulle colonne de Il Sole 24 ore – vedi qui –  che iI problema di questo indice, come quasi tutti gli altri di cui si dispone, è che si utilizza la misura della “corruzione percepita” che “necessariamente riflette valutazioni soggettive e può – dunque – essere anche molto distante dalla realtà……..come evidenzia Nando Pagnoncelli, gli italiani hanno una percezione spesso sbagliata della realtà sociale e tendono a dilatare la portata di molti problemi“. Da cui un “tasso di affidabilità” non elevato dell’indice di percezione in questione.

A fronte delle statistiche di Trasparency International, la Commissione Europea elabora da circa 14 anni un altro filone di statistiche sul tema della corruzione – sempre “aggredita” in modo indiretto – che si basa su rilevazione campionarie intorno a tentativi di corruzione dei quali gli intervistati siano stati oggetto o testimoni (a) nel corso della loro vita,  (b) nell’ultimo anno. Questi dati smentiscono radicalmente i risultati dei sondaggi sull’indice di percezione della corruzione. Presentiamo qui di seguito l’ultimo sondaggio pubblicato dalla Commissione da pochi giorni dai quali emerge sostanzialmente che la percentuale di Italiani fatti oggetto o testimoni di atti di corruzione negli ultimi 12 mesi è INFERIORE alla media UE, pari a Gran Bretagna e Spagna, di poco inferiore alla Francia e alla Svezia, di molto più bassa di Croazia, Bulgaria, Grecia e Belgio (si vedano le pagg. 89 e seguenti del sondaggio).

Da segnalare inoltre un altro importante sondaggio, effettuato con la stessa metodologia di rilevazione, pubblicato dall’ISTAT lo scorso ottobre 2017, che certifica dati ancora più lusinghieri ( vedi qui “La-corruzione-in-Italia”, completo di analisi del fenomeno in tutti i settori della pubblica amministrazione.)

Sono oro colato i risultati di queste indagini? Assolutamente no! Tuttavia ci aiutano a comprendere il fenomeno della corruzione dal punto di vista della percezione e da quello dei “racconti” di vicende (racconti che possono anche essere “viziati” da un certo tasso di menzogna od omertà). Sono, pertanto, solo utili ausili per comprendere un fenomeno, come usa in tutte le buone famiglie di studiosi.

La corruzione in Italia è sconfitta? Sarebbe ridicolo suggerire una tale conclusione! I fenomeni corruttivi sono da sempre intrinseci a tutti i sistemi sociali organizzati, anche in realtà storicamente forti. Il punto vero è la qualità degli strumenti giuridici di contrasto che uno Stato è capace di predisporre e  come li fa funzionare. Il resto é solo un pretesto per alimentare una vecchia sterile polemica fra guelfi e ghibellini che va avanti praticamente dall’Unità d’Italia: se debba essere privilegiata una pubblica amministrazione efficiente, autonoma e libera da oppressivi controlli, oppure se debba prevalere la ricerca severa della legalità. Nessuno in queste opposte schiere di duellanti storici si è mai chiesto se la migliore soluzione sarebbe quella di una pubblica amministrazione che sia contemporaneamente efficiente e dotata di garanzie di legalità?

Giuseppe Beato

 Eurobarometro 2017 Commissione europea ebs_470_en

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