I 29 docenti universitari indagati.

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Si prova sdegno e senso d’impotenza a leggere notizie come quella di 3 giorni fa: Università, 29 indagati: corruzione e favori per spartirsi cattedre – clicca qui. Continua a leggere

Telecom: storia veloce di una delle tante grandi imprese pubbliche “privatizzate”.

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Per la nota serie “privatizzare i profitti e socializzare le perdite“, classica di molteplici processi di privatizzazione di aziende pubbliche pagati con i soldi dei contribuenti, un recente articolo di Massimo Giannini su “la Repubblica – Economia e Finanza ” del luglio scorso, riepiloga in grandi linee 20 anni di orribili storie di fallimenti, Continua a leggere

Alessandro Bellavista: l’autonomia della responsabilità che servirebbe alla Sicilia

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Il professor Alessandro Bellavista é ordinario di diritto del lavoro presso l’Università degli studi di Palermo, nonché esperto di pubblico impiego e amministrazione pubblica. Riproduciamo un suo articolo tratto da La Repubblica di Palermo del 9 agosto 2017 nel quale con grande coraggio e nitidezza intellettuale esprime idee assolutamente condivisibili sul modo in cui è stata gestita l’autonomia costituzionale della Regione Sicilia Continua a leggere

Ilda Boccassini – La corruzione é facile

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La grande Ilda Boccassini – della quale in parecchi citano solo recenti processi su vicende di tipo boccaccesco, ma che fu nel pool di Magistrati che individuò negli anni ’90 i mandanti e gli esecutori delle stragi Falcone e Borsellino – opera oggi alla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e mette il suo talento a disposizione della lotta alla corruzione diffusa esistente nel nostro Paese. Continua a leggere

Il CNEL: come é dopo il referendum e come dovrebbe essere.

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Essendo stata travolta dal referendum di dicembre 2016 la riforma costituzionale promossa dal governo Renzi, risultano confermate in toto le prerogative che l’articolo 99 della Carta costituzionale – vedi testo–  assegnano al CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro). Continua a leggere

Sandra Maltinti, una dirigente in piedi.

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Sandra Maltinti, classe 1955 (vedi curriculum), non é una dirigente pubblica sugli altari delle cronache nazionali e di lei sapremmo poco se la sua vita professionale non fosse stata caratterizzata da due eventi contrastati e drammatici, il primo dei quali (una reclusione nell’anno 2004 Continua a leggere

La corruzione nelle pubbliche amministrazioni e i bachi legislativi.

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Nella vicenda dell’Amministrazione comunale di Lodi – in cui è stato incriminato e arrestato il sindaco Simone Uggetti per aver truccato il bando di gara per la gestione delle piscine comunali – c’è solo un elemento positivo:il senso morale di Caterina Uggè, la funzionaria del Settore Istruzione, cultura e sport, la quale, pur intimidita dal Sindaco, ha trovato il coraggio di rivolgersi alla Magistratura e di denunciarne le malefatte facendo emergere uno dei tanti casi di ordinaria corruzione che prosciugano ogni giorno le nostre finanze pubbliche e riducono al lumicino i livelli etici esistenti in Italia – vedi qui la vicenda di Caterina Uggè.

La lettura amministrativa di questa vicenda assume valore di paradigma di come una produzione legislativa stolta e incurante delle successive necessarie implementazioni concrete stia distruggendo la Pubblica amministrazione in questo Paese. Enumeriamo di seguito:

1. L’identità della funzionaria Caterina Uggè non é stata tutelata, come pure in astratto previsto dalla legge anticorruzione e dalla direttiva ANAC dello scorso 2015 sui cosiddetti “Whistleblower“( vedi qui le norme di riferimento e la direttiva in questione). Questo é uno scandalo nello scandalo, perché un sistema pubblico funzionante non deve avere bisogno di eroi per autoemendarsi: la coraggiosa collega si trova ora esposta a possibili ritorsioni che potrebbero manifestarsi nel futuro, a riflettori spenti, sulla sua vita di lavoro. La figura di colui o colei che denuncia atti o comportamenti corruttivi o lesivi del codice penale é tutelata in astratto con la garanzia dell’anonimato dall’articolo 54 del d. lgs. 165/2001 e dalla direttiva ANAC sopra richiamata. Peccato che, in concreto, le strade che si aprivano alla dr.ssa Ugge’ erano due: o rivolgersi direttamente all’ANAC, quanto a dire un’entità lontana e inconoscibile nella circostanza specifica; oppure rivolgersi ai suoi superiori. Si dimentica che la realtà amministrativa italiana è composta da una maggioranza di piccoli Comuni e che, pertanto, “rivolgersi ai vertici della propria amministrazione” comporta il frequente pericolo che siano proprio tali “vertici” gli autori dei fatti corruttivi. Esattamente come verificatosi al Comune di Lodi.

2. C’è un’assenza nello scandalo del Comune di Lodi che fa un rumore assordante: la dirigenza di quel Comune. Dove stavano i dirigenti nella procedura di predisposizione del bando di gara, per legge di loro competenza, dati i conclamati principi di separazione fra politica e gestione? Era il dirigente del settore cultura e sport (vedi qui il sito dell’Amministrazione) l’unico competente a predisporre , con la collaborazione dei suoi funzionari, il bando di gara per l’assegnazione del servizio piscine: invece, il mandato d’arresto ci riferisce che la predisposizione materiale di quel bando fu effettuata dal sindaco in persona e da un consigliere della società che ha poi vinto l’appalto (arrestato pure lui) alla presenza dell’intimidita funzionaria Caterina Uggè. Chi é il dr. Giuseppe Demuro, dirigente reggente di quel servizio, nonché dirigente dello staff del Sindaco (vedi sempre il sito)? Forse appartiene a quello stock del 30% di dirigenti a tempo determinato assunti senza concorso pubblico, di cui all’articolo 110 del decreto legislativo n. 267 del 2000 (così emendato con legge promulgata nell’attuale legislatura – vedi)? Con sempre maggiore chiarezza emerge ciò che era prevedibilissimo: la cattiva politica assegna alla dirigenza non di carriera il compito di tacere, di “collaborare” e di rinunziare alla natura stessa di garanzia della propria funzione. Per quanto tempo ancora la Corte costituzionale di questo Paese tollererà senza provvedere che siano vulnerati i principi contenuti nell’articolo 97 della nostra Costituzione?

3. La Magistratura penale, che dovrebbe avere un compito in qualche modo di “supplenza”, cioè di baluardo estremo del rispetto delle norme dell’Ordinamento,  – dopo l’intervento del sistema amministrativo – rimane isolata quale unica garanzia di ripristino della legalità. Qui c’è il bersaglio grosso del nostro ragionamento: l’attuale titolo V della Carta costituzionale così come “emendato” nell’anno 2001: in quel testo furono abrogati – sic et sempliciter – gli articoli 125 e 130 della Costituzione  del 1946 che prevedevano l’obbligo dei controlli amministrativi esterni sugli atti delle Regioni e dei Comuni: ne derivò lo smantellamento totale di un reale sistema di garanzia amministrativa, così come l’avevano pensato i Padri costituenti (vedi qui un approfondimento su questo tema). Nessuno si dà pena di andare a verificare i meccanismi di controllo esistenti e funzionanti nelle democrazie della Gran Bretagna o della Francia, che prevedono controlli dello Stato persona sulle autonomie locali, senza minimamente ledere la loro autonomia. Nel nostro Paese prevale, invece, un’idea di autonomismo anarchico, purtroppo supportato da un principio di rango costituzionale: quello dell’equiordinazione fra Stato, Regioni ed Enti locali, esplicitamente proclamato all’articolo 114 del titolo V emendato nel 2001(vedi). Ne risulta che le massime istituzioni del potere esecutivo della nostra Repubblica operano come entità indipendenti l’una dall’altra, con poteri e prerogative  sindacabili solo in sede di ricorso alla Corte costituzionale l’una rispetto all’altra. Un vero pasticcio! Questo principio costituisce la trasposizione del principio della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario di Montesquieu al solo potere esecutivo! Mentre nel suo aspetto originale, la separazione dei poteri costituisce il baluardo fondamentale della democrazia, lo stesso principio, se inserito all’interno di un singolo potere, costituisce fonte di confusione, di lotte intestine, di inefficienza, cioè di assenza totale di governo della cosa pubblica.

Complimenti! Come credono possibile le varie compagini politiche che si susseguono al potere restituire efficienza e moralità a una pubblica amministrazione così malamente regolata?

Giuseppe Beato

Dove nasce la corruzione.

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Uno dei falsi miti prodotti dal ciclone di “Mani pulite” – 20 anni fa – fu quello della credenza di una società civile “buona” e della politica “cattiva”, mito questo che risolse tanti conflitti di coscienza nell’animo dei più.  La recente intervista al presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo  (vedi qui),  pur largamente condivisibile nei suoi contenuti, ha in qualche modo rinnovato l’idea di una “politica cattiva” in sé e a prescindere. Così non è e non è mai stato. C’è ora chi, con grande coraggio, prende posizione per un’idea molto meno consolatoria sulle origini della corruzione imperante nel nostro Paese: essa nasce dalla società civile, da noi o, perlomeno, da quelli di noi o da quella parte di noi stessi che preferisce contravvenire ad alcune regole base del vivere civile. Giusto riportare  il punto di vista in questione di Ernesto Galli della Loggia nel fondo pubblicato sul Corriere della Sera dello scorso 26 aprile 2016 – clicca qui.

Ci piace segnalare anche il commento consonante a quell’articolo del nostro professor Guido Melis – apparso sulla sua bacheca di facebook – che merita eguale risonanza. Lo abbiamo intitolato, espungendo dal testo: “Ricostruire l’etica pubblica partendo da quella privata”.

Guido Melis: – i semi della corruzione

Ricordiamo che la nostra Associazione ha dedicato al tema della corruzione-legalità-trasparenza un numero della sua Rivista “Nuova Etica Pubblica”clicca qui.

 

 

 

 

 

Sabino Cassese e l’inferno delle leggi mai attuate. “Eppur decidere si deve”.

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L’incipit del fondo di Sabino Cassese pubblicato sul Corriere della Sera di ieri 15 aprile 2016 é esaustivo: “Le vicende del giacimento Tempa rossa, venute agli onori delle cronache nazionali, offrono uno spaccato del modo in cui si decide in Italia“.

Lasciando alla rilettura del limpido pezzo in questione, aggiungiamo di nostro solo l’osservazione che quanto superbamente analizzato dal professor Cassese rimanda al tema generale della qualità della legislazione in Italia, oggetto del Convegno recentemente organizzato dal Centro riforma Stato (vedi) che aveva come slogan “Troppe leggi, poche decisioni“. Vediamo anche la relazione di Antonio Zucaro al convegno in questione (clicca qui).

 Eppur decidere si deve – Sabino Cassese

Il sistema di potere che governa il Comune di Roma da 70 anni.

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Offriamo ai giovani studiosi una piccola guida ragionata e documentata del funzionamento del sistema di potere nel Comune di Roma dall’immediato secondo dopoguerra ad oggi. Un “Bignami” per uso civico. Le nostre fonti di analisi sono semplici articoli di giornali. Tuttavia, quando si “libera” il singolo prodotto informativo dalla sua quotidianità, lo si sviscera conservando i contenuti più stabili e lo si collega con altri contenuti informativi trattati allo stesso modo, ne può derivare un solido quadro generale di studio e di riferimento.

E’ il caso del “Governo del Comune di Roma nel secondo dopoguerra“, sempre pesantemente condizionato dalle pressioni del ceto dei “costruttori”. Su questo  argomento non abbiamo fatto altro che mettere in asse alcuni articoli di giornali e i relativi fattori operanti lì descritti: 1) i riferimenti storici: vedi qui il mitico articolo dell’ESPRESSO del dicembre 1955 “Capitale corrotta = nazione infetta” in cui veniva per la prima volta denunciato il ruolo del Sindaco di Roma dell’epoca, ing. Rebecchini, prono ai voleri delle grandi società immobiliari dell’epoca – fra cui la Società Generale Immobiliare, la Beni Stabili, la Pia Acqua Marcia, la Roma Gas e la Romana di Elettricità – che operarono il sacco di Roma attraverso cementificazione selvaggia dei quartieri  Vigna Clara,Tuscolano,  Tor Carbone,  Prenestino,  Trionfale, Salario,  Nomentano, Casilino.

Espresso Capitale corrotta

2) Il “sistema Rebecchini” é tutt’oggi il paradigma d’azione dei costruttori romani- come spiegato doviziosamente dall’inchiesta di quest’anno sempre dell’ESPRESSO  (vedi qui l’articolo): il “sistema” consiste in questo: l’acquisto di enormi aree (edificabili o meno non è importante) da parte dei costruttori, seguito da una stringente e poderosa azione di pressione sui politici e dirigenti al potere in Comune affinché siano effettuate “varianti al piano regolatore”, in modo da eseguire su quell’area progetti di edificazione; in questo senso, nessuno dei governi succedutisi a Roma in circa 70 anni é stato capace di imporre la linea logica di un sano intervento dei poteri pubblici: prima la programmazione urbanistica, poi le conseguenti concessioni edilizie ai costruttori. Invece, ha sempre prevalso l’iniziativa anarchica dei costruttori che é riuscita comunque a subordinare la programmazione urbanistica pubblica del territorio ai diritti di proprietà detenuti da soggetti privati: cioè, “si costruisce quel quartiere o quel centro commerciale o quel complesso edilizio non perché é attuazione di un piano di armonica urbanizzazione, ma perché “quel” costruttore lì deve fare profitti”. Date queste premesse, il giovane lettore potrà meglio interpretare il senso e gli interessi nascosti dei grandi piani edilizi e/o di opere  pubbliche previste nei prossimi anni: vedi qui sotto la MAPPA .

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3) L’opera di pressione su politici e dirigenti del Comune, affinché assecondino la volontà dei costruttori: in questo senso esistono metodi leciti, primo fra tutti l’acquisto del quotidiano tradizionale della città, “il Messaggero” – oggi proprietà di Gaetano Caltagirone – che è l’arma più potente di tutte per attaccare un sindaco, un assessore, un’intera giunta capitolina. Poi esistono “sistemi borderline“, quale quello di supportare le campagne elettorali di qualche candidato investendo su una futura loro buona disposizione ad assecondarne gli interessi. Infine esiste, più brutalmente, la pura e semplice corruzione di politici e funzionari, attraverso la quale alcuni costruttori operanti nell’area romana riescono da sempre ad avere approvazioni di Piani edilizi, varianti al Piano regolatore e concessioni edilizie a costruire.  Qui entriamo del grande mondo della commedia umana: dei tanti spunti possibili citiamo i più recenti: a) il reperimento di un libro paga di tangenti a politici e dirigenti romani nel corso di una perquisizione a casa Bonifaci (vedi quii); b) la descrizione del ruolo dei dirigenti corrotti nella “trafila” della corruzione, nella quale si evidenzia la necessità del “dirigente scemo” che firma tutto “pur di mantenere il posto”  (vedi qui); c) la storia personale del dirigente pubblico che scemo non è e che riesce, non solo ad “acquistare” un attico al quartiere Coppedè, ma anche a schivare tutte le misure di rotazione degli incarichi dirigenziali fruendo di solidi agganci nel mondo politico e imprenditoriale (vedi qui 19 febbraio 2016 e  vedi anche qui); d) la storia dell’Assessore dell’Urbanistica, presumibilmente onesto e volenteroso, che cerca di ruotare gli incarichi dirigenziali ma lascia al suo posto proprio l’unico che doveva essere rimosso e finisce indagato pure lui per corruzione (vedi qui); e) il folto sottobosco di “intermediari e faccendieri” che stazionano di fronte agli uffici pubblici e riescono  in qualche modo a offrire a pagamento i propri servizi ai semplici cittadini che hanno il problema – che nelle lezioni accademiche viene considerato prioritario su tutto il resto – di vedere  concluso il procedimento di un atto di concessione o una licenza (vedi qui).

Roma è governata da 70 anni da questo sistema di potere potente e ramificato, alimentato dagli interessi del ceto dei “palazzinari”. Le sue “metodologie” di intervento si sono estese a tutti i piani di politiche pubbliche gestiti dal Comune (vedi qui le ordinanze di arresto per lo scandalo di Roma mafia). Esse potranno essere debellate solo con interventi straordinari di contrasto politico e amministrativo.

Corruzione a Roma: fatti e non chiacchiere.

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A ognuno il suo mestiere. Maurizio Crozza ci fa sorridere amaramente (il Paese delle meraviglie di ieri sera 18 marzo) sui “difetti” endemici di un certo sottobosco romano nel quale, più che i “Rugantino”, operano personaggi simili a quelli che lui ha battezzato come “Rubantino“! – vedi. I giornaloni della Repubblica sono paghi nel pubblicare articoli di denuncia degli scandali ed è giusto, democratico e sacrosanto che facciano così…. senza peraltro che nessuno si dia pena di dare diffusione del documento ufficiale dell’ANAC (vedi delibera n 207 del 2 marzo 2016).

A noi di Nuova Etica Pubblica, che apparteniamo al mondo dei “cultori” della materia, spetta invece il compito di approfondire la problematica legata agli scandali proponendo soluzioni gestibili amministrativamente. Sulla questione della corruzione come fenomeno ormai endemico della pubblica amministrazione – centrale, territoriale e locale abbiamo dedicato un numero della nostra rivista (vedi qui) e, in conclusione, andiamo proponendo da anni  rimedi concreti e attuabiliove ci sia reale volontà politica – per avviare una seria operazione di contrasto alla corruzione nella Pubblica Amministrazione.

Ripubblichiamo, pertanto, le nostre proposte in merito a tre strumenti amministrativi di contrasto alla corruzione e per il ripristino della legalità nell’Amministrazione pubblica:

1. l’introduzione di controlli successivi esterni sugli atti di spesa del Comune di Romadella PA in generale, sostanzialmente dismessi a seguito della “riforma” del titolo V della Costituzione dell’anno 2001 (vedi qui Il sistema dei controlli di regolarità amministrativa degli atti);

2. l’operatività concreta dello strumento (previsto solo legislativamente, ma non nei fatti) del whistleblower (autore delle soffiate); vedi qui “La denuncia delle frodi come atto di civismo” e vedi documento ANAC sulla Tutela del dipendente che segnala illeciti.

3. la pubblicazione in forma sintetica e comprensibile sul sito istituzionale del Comune di Roma e delle amministrazioni di tutti gli atti di spesa adottati (vedi qui).

Al candidato Sindaco di Roma – qualunque sia la sua collocazione politica – che inserirà nel suo programma elettorale l’attuazione reale di questi tre strumenti amministrativi di contrasto della corruzione andrà la nostra convinta approvazione.

Un milione e mezzo di procedimenti penali prescritti in 10 anni.

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Procediemtni cancellati

Secondo i dati elaborati dagli uffici del Ministero di Giustizia – vedi qui sopra – sono 1.468.220 i procedimenti giudiziari penali incorsi nella prescrizione nel decennio 2005-2014, dei quali n. 132.296 nel solo anno 2014. Il fenomeno discende direttamente dal dettato dell’articolo 6, comma1, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (cosiddetta “legge Cirielli” – vedi). I reati maggiormente “graziati” dalla contrazione dei termini della prescrizione furono e sono quelli contro la Pubblica Amministrazione, primo fra i quali il reato di corruzione. Superfluo qualunque commento in ordine alla “lotta alla corruzione”: meglio di noi Giovanni Legnini, Vice Presidente del Consiglio superiore della Magistratura, nell’intervista a “La Repubblica” dello scorso 13 febbraio 2016, che qui sotto riproduciamo. Nell’intervista viene trattato un altro punto dolente del funzionamento della macchina pubblica in Italia: la produttività dei Magistrati.

 Lanciammo l’allarme 8 mesi fa ora si approvi subito la riforma

Mala Pa – La denuncia delle frodi e degli abusi come atto di civismo.

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Riproduciamo qui sotto il link a due articoli, de “La Repubblica” e de “Il Giornale” di ieri 13 febbraio 2016, che danno conto dell’ennesimo scandalo legato alla falsa attestazione della presenza in servizio. Qui c’è un interessante e, a parer nostro, positivo elemento di novità: la denuncia degli abusi é partita dai cittadini utenti, stanchi di assistere a proterve dimostrazioni di inciviltà e di scorrettezza da parte di chi – l’impiegato pubblico – ha un obbligo civico più stringente di esercitare la massima correttezza sul lavoro. Come operatori al servizio della funzione pubblica del Paese, temiamo la demagogia legata a questi scandali, tale per cui si cerca di estendere all’intera categoria di lavoratori pubblici il “modello” di comportamento in uso presso alcune frange di persone (vedi qui). Ciò nondimeno, scandali, denunce e contromisure rigorose sono necessarie e salutari. Aggiungiamo che l’elemento nuovo della denuncia ad opera di cittadini e lavoratori che si oppongono agli abusi va estesa anche a tutti i comportamenti corruttivi che allignano fra le maglie della macchina amministrativa del nostro Paese. Nei Paesi anglosassoni è operante e regolata per legge la tutela dei whistleblower (vedi qui, termine intraducibile in italiano anche per precise ragioni “di costume” ben esposte nell’articolo di giornale che qui richiamiamo (clicca qui). Il whistleblower è “l’autore della soffiata” che consente a un’amministrazione pubblica di indagare e, se vera, di scoprire e stanare una situazione di corruzione esistente. Ma, per questi soggetti, è prevista all’estero una tutela speciale, consistente nella garanzia della riservatezza sul soggetto che denuncia e nella difesa da qualunque possibile ritorsione nei suoi confronti. L’adozione effettiva di questo strumento di contrasto della corruzione darebbe risultati ben più significativi dei tanti “piani anticorruzione” che impegnano tante carte e fotocopiatrici con risultati vicini allo zero, vista anche la confermata posizione dell’Italia nella classifica internazionale 2015 della corruzione (vedi).

La Repubblica – abusi stanati dai cittadini.

Il Giornale – I furbetti del cartellino.

Trasparency: la classifica internazionale 2015 sulla corruzione percepita.

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Puntuale come una purga per le persone oneste arriva la classifica del 2015 sulla corruzione percepita (vedi qui la “cerimonia” di presentazione del rapporto – clicca qui dal Corriere.it per vedere anche la classifica interattiva). L’Italia si colloca al 61imo posto nel mondo e al penultimo in Europa, dopo Grecia e Romania.

….vogliamo ora unire idealmente questa performance nazionale 2015 con una notizia e un editoriale tratti da La Repubblica: la notizia è di Carlo Rivolta (clicca qui) e si riferisce allo scandalo degli appalti aggiudicati al massimo ribasso dallo IACP di Frosinone, in cui sono coinvolti politici e imprenditori del luogo e la famiglia mafiosa dei Cuntrera. Il fondo di Andrea Barbato – “l’Italia degli scandali(clicca qui) – ci parla di “un’Italia già tanto travagliata“, dove é difficile “mettere all’ordine del giorno la questione morale“, dove “a sgretolare ogni giorno l’autorità di chi amministra lo Stato é la cronaca invadente degli scandali” dove “si ha l’impressione che questo nodo sia diventato il più grave e il più urgente da sciogliere, trascinato come un’eredità pesante da un governo all’altro“….dimenticavamo un piccolo particolare…questi due articoli non sono di quest’anno, ma del 14 gennaio 1976, anno I, n. 1 de “La Repubblica”……..passano le guerre mondiali e quelle fredde, passano il fascismo, le prime e le seconde repubbliche, ma noi alle nostre tradizioni ci teniamo.

Crozza, Sabino Cassese e la riforma delle pubbliche Amministrazioni.

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Crozza e i fannulloni pubblici – Video del 19 gennaio 2016.

Quando un comico del calibro e del seguito popolare di Maurizio Crozza mette sotto tiro gli impiegati pubblici e afferma esplicitamente che, per trovarne qualcuno che lavora, “bisogna andare a Berlino“, allora significa che egli in qualche modo interpreta e dà voce alla “pancia” di una grande fetta di opinione pubblica del nostro Paese. Soprattutto di questo deve prendere atto chi si occupa di pubblica amministrazione e i tanti che dentro lavorano onestamente….la casa, in qualche modo, brucia…e l’opinione pubblica è alle porte. A poco valgono una serie di altre possibili osservazioni: ciò che prevale é la demagogia dimostrata in quest’occasione dal Governo nel giustapporre e confondere il problema – che esiste – dei fannulloni con la riforma della pubblica amministrazione.

Ai tanti che giustamente puntano il dito sui truffatori che rubano denaro pubblico manomettendo i controlli delle presenze vorremmo fare una sola specifica domanda: “Crede lei che, facendo un’auspicabile pulizia completa dei furbetti che sguazzano nell’amministrazione pubblica, sarà risolto il problema dell’efficienza e del buon andamento della stessa?“. Noi, dal di dentro di questa macchina inceppata e ostile, Le rispondiamo che: “Sarà risolto un fondamentale problema di moralità pubblica, questo SI. Ma che No, la lotta ai fannulloni, pur sacrosanta e da appoggiare, non risolverà di un’unghia i problemi delle pubbliche amministrazioni“. Perché? Perché nessun Governo di questo Paese, dal primo dopoguerra in poi (si veda di Guido Melis: Il riformismo amministrativo italiano: una storia di vinti.) ha saputo mai trovare un paradigma condivisibile e condiviso di gestione delle pubbliche Amministrazioni, in grado di dosare nei giusti equilibri ruolo dello Stato e ruolo delle Autonomie locali, esigenze di efficienza e qualità con esigenze di garanzia e legittimità della spesa, che sapesse regolare i sistemi di controllo delle PPAA, la valutazione dei suoi dipendenti, ma anche delle Amministrazioni stesse, che sapesse inculcare nel DNA delle Amministrazioni pubbliche quell’ethos di Servitori del cittadino, indispensabile in un sistema costituzionale moderno. Potremmo continuare, perché la massa dei problemi in campo è enorme e non risolvibile a colpi di decreto o di spot elettorali. Meglio di noi Sabino Cassese,  in un suo fondo pubblicato ieri 23 gennaio 2016 sul Corriere della Sera, ci spiega come le riforme amministrative vanno non solo scritte, ma seguite e gestite nei tempi non brevi della loro buona attuazione…….Come avviene negli altri Stati occidentali avanzati, che pianificano in termini di lustri il programma di azioni e di risultati da portare a compimento.

 Sabino Cassese – I burocrati e il passo che manca.

Il cinema italiano e il “posto fisso”.

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Quo vado

La vacanze natalizie e il tema di questo film di grandissimo successo di pubblico ci inducono a proporre qualche considerazione sul film “Quo vado?”, non fosse altro perché si occupa di due temi centrali nel nostro sito, quali il pubblico impiego e i “vizi” degli Italiani. Il protagonista del film è un impiegato pubblico che accetta tutto, anche un trasferimento ad una postazione scientifica al Polo Nord, pur di salvare il suo posto fisso minacciato dall’ennesima “riforma della Pubblica amministrazione”. Gli sceneggiatori, Gennaro Nunziante e lo stesso Checco Zalone, dimostrano di avere ben studiato i “rotismi” tipici della mala amministrazione del nostro Paese: ci costruiscono intorno un tessuto narrativo fatto di battute feroci e spietate, per molti (noi fra questi) veramente esilaranti. Alla fine di questo “orrido” percorso umano in cui è coinvolto l’impiegato pubblico “tipo”, c’è la sua redenzione finale, anche questa tratta dal repertorio delle “cose buone” generalmente attribuite all'”italiano tipo”.

Senza voler entrare più di tanto nel circuito delle “recensioni” su questo film, scatenatosi su tutti i giornali in questi giorni, notiamo solo che il suo schema narrativo entra nei canoni classici della Commedia all’Italiana degli anni ’60 (soprattutto “La grande guerra”, fatte le debite dovute proporzioni): si raccontano le gesta di un tipo umano squallido e meschino, le si collegano palesemente all'”indole nazionale” prevalente, poi alla conclusione si assolve questo stesso personaggio descrivendone un fondo di grandissima umanità, coraggio e generosità. Realtà delle cose o semplice autoassoluzione? Chissà….. Tuttavia, va rimarcata soprattutto una circostanza: lo schema dell'”italiano medio” di cinquant’anni fa rifletteva una realtà in cui i nostri classici difetti – anarchia, individualismo, insofferenza alle regole – accompagnavano – e in qualche modo alimentavano – un periodo di fortissima crescita economica e civile, per cui la nota assolutoria trovava qualche sensato fondamento in quella specifica realtà storica. Oggi – in tempi di depressione economica, di disoccupazione e di sfiducia i noi stessi e nelle nostre capacità di essere comunità viva, ordinata e vitale – quella chiave di lettura risulta alquanto farlocca: cioè a dire che quelle “qualità” che furono benzina negli anni ’60 hanno dimostrato, lungo tutto il corso della cosiddetta “seconda Repubblica”, di essere un freno allo sviluppo e generatrici di confusione generale e corruzione. Per cui, ridiamo pure di noi stessi, ma comprendiamo che le nostre ancestrali “modalità di comportamento pubblico” non funzionano più (semmai hanno qualche volta funzionato) per costruire un posto giusto per i nostri figli. Sarebbe bello che l’ immedesimazione in altri modelli di comportamento – basati sulla moderazione, sul rispetto del prossimo e su una regolata fiducia reciproca – partisse proprio dallo “Stato”, dall’impiego pubblico, da coloro che rappresentano la “comunità nazionale organizzata”: la materia prima c’è, perché il pubblico impiego è pieno di persone che sono l’opposto del “modello Zalone”, innamorate del proprio lavoro e coscienti della funzione pubblica che svolgono. Si tratta di metterli in condizione di essere “massa critica” vincente.

Il numero di luglio 2015 della Rivista “Nuova Etica Pubblica”.

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Riproponiamo l’ultimo numero della rivista della nostra Associazione “Nuova Etica Pubblica” diretta da Daniela Carlà sul tema: “Il contrasto alla corruzione nella pubblica amministrazione: legalità e trasparenza“.

 Nuova Etica Pubblica luglio 2015

Un onesto racconto del progressivo degrado di Roma.

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L’Ebook di Walter Tocci -(vedi qui) – di cui presentiamo un ampio estratto è per definizione e per contenuto un racconto “di parte”, a motivo della lunga militanza politica dell’autore nella compagine politica di sinistra e per essere egli stato vice-Sindaco e Assessore alla mobilità della Giunta Rutelli dal 1993 al 2001. Tuttavia i toni e gli argomenti del testo ci manifestano un’onestà intellettuale e una capacità di raccontare e di analizzare sconosciuta alla maggioranza dei politici odierni.

Tocci ci porta per mano nella storia non gloriosa dell’ultimo ventennio di quella che Italo Insolera qualificò come “città coloniale” – cioè città caratterizzata da “sviluppo rapido e senza sedimentazioni, come le capitali dei paesi in via di sviluppo“. Il pezzo di storia che appassiona l’autore è quello riferito all’ultimo ventennio, cioè ai 15 anni dell’esperienza Rutelli/Veltroni e i successivi 5 anni della Giunta Alemanno: partendo dall’assunto che non tutto il male presente può essere ricondotto alla gestione della Giunta di destra (“A Roma c’è una lunga durata del lato oscuro del potere. Prende il sopravvento di solito nelle fasi di decadenza. Viene messo da parte solo nei grandi momenti di cambiamento. Qui emerge il problema dei riformatori romani che possono essere tali solo se si pongono grandi ambizioni: si può governare Roma solo con una grande idea”). La crisi della politica a Roma – non solo della destra ma anche della parte di cui Tocci é componente – nasce dalla crisi profonda di progettualità, cioè della ragione d’essere stessa della politica la quale, se non è programma, non è in grado di aggregare consensi veri e onesti , ma diventa inevitabilmente luogo di affari e preda del “notabilato”: è descritto lucidamente il progressivo decadimento della componente prima DS poi PD, progressivo e non successivo – anche se l’Autore non lo afferma esplicitamente – alla fine del “quindicennio di sinistra”.

Per quello che interessa da vicino le tematiche trattate su questo sito, estraiamo dalla pagina 16 una “confessione”, un'”autocritica” che non può non far male agli operatori e agli utenti della pubblica amministrazione: Tocci dà conto dell’invaghimento – un po’ superficiale aggiungiamo noi – della sinistra “de lotta e de governo” per le teorie del New Pubblic management (vedi qui su wikipedia) che, nel corso degli anni ’90, indussero la classe dirigente romana dell’epoca ad abbracciare due linee di cambiamento: “a) applicare regole di mercato ricorrendo a privatizzazioni, liberalizzazioni e trasformazioni in società per azioni; b) tradurre il mandato diretto che il sindaco aveva ricevuto dagli elettori in una forte direzione politica dell’amministrazione ricorrendo allo spoil-system, ai dipartimenti centralizzati e alle agenzie pubbliche esterne“. L’autore ammette con limpida onestà che “quasi tutte le imprese che ottennero la gestione esternalizzata dei servizi, invece di puntare sull’efficienza cercarono il rapporto consociativo con la politica al fine di trasformare in rendita privata l’inefficienza pubblica“….”la funzione pubblica è stata delegata a società per azioni che hanno mescolato gli aspetti peggiori dello statalismo e del privatismo”…”Pensavamo di modernizzare la Casa comunale, ma, inconsapevolmente, abbiamo lasciato le chiavi nella serratura, a disposizione di chi voleva portarsi via tutto“. Ci perdonino le tante persone per bene che in quel progetto hanno creduto: è stato un errore inescusabile! La presunzione superficiale di “copiare senza studiare”  il clintonismo e il blairismo ce li fanno annoverare fra gli epigoni di Nando Mericoni, il protagonista di “Un americano a Roma”. Il risultato terribile è che quel modello malato è stato copiato da moltissime altre realtà comunali italiane ed ha generato l’obbrobrio delle società partecipate, vero cancro della nostra pubblica Amministrazione (vedi sul nostro sito “lo scandalo delle società partecipate”). Sempre con lucida sincerità, Tocci ricorda in seguito (pag.23) come il compianto Gianni Borgna, puntando sulle forze sane sempre presenti nella pubblica amministrazione, “annotava in un quadernino nero ogni cosa da fare e le persone incaricate del risultato. Era una mappa dei tanti funzionari che aveva motivato verso i suoi obiettivi e che avrebbero dato l’anima per realizzarli”: uno splendido, isolato esempio di quello che dovrebbe essere il rapporto fra politica e amministrazione. (vedi qui il pensiero della nostra Associazione “Nuova Etica Pubblica” su quello che dovrebbe caratterizzare questo rapporto).

Il tratto della disarmante sincerità e di una ricchissima e profonda conoscenza dei problemi della Capitale d’Italia caratterizzano questa “storia di parte” degli ultimi vent’anni di Roma che ci regala Walter Tocci (omettendo di pronunciarsi sull’ultima “esperienza” Marino per non sparare sulla Croce rossa) e che apre inaspettati e fecondi scenari per chi sia interessato a ricominciare daccapo in questa triste storia italiana.

Giuseppe Beato.

 Non si piange su una città coloniale – estratto